Fedra di Seneca nella messinscena di Carlo Cerciello

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La storia di Fedra e la sua passione per Ippolito, figlio di suo marito Teseo, sono stati la fonte di numerose interpretazioni drammatiche dell’epoca greca fino al ventesimo secolo. Se, per Euripide, è un mezzo per parlare della condizione umana nella sua interezza, per Seneca è la tragedia di un solo personaggio ed è una traccia che ritroviamo anche in Phaedra’s love di Sarah Kane in cui, però, viene ridotta a mero oggetto sessuale da Ippolito.

Questo rapporto quasi incestuoso viene presentato da Carlo Cerciello, nella messinscena commissionata dall’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa), come uno stato di stanchezza mentale di Fedra, interpretata da una Imma Villa più che mai umana, eliminando ogni confronto diretto con le “donne cattive” della mitologia greca, tra cui Medea, spesso citata nel testo di Seneca. La Villa rende la figlia di Pasifae e Minosse un personaggio empatico, in balia della sua nutrice – la brava Bruna Rossi che ricerca costantemente sfumature durissime nella voce – che le consiglia di eseguire il progetto di muovere contro Ippolito l’accusa di stupro. Si assiste subito ad uno scontro tra uomini e donne, rimarcato ancor di più da Cerciello nella disposizione iniziale del coro, e ad una storia di uomini innocenti ingannati dalle donne. Teseo, infatti, di ritorno dall’Ade, subisce una sconfitta ancora maggiore da Fedra poiché animato dal desiderio di uccidere suo figlio per vendicare sua moglie. Invita, quindi, Nettuno ad uccidere Ippolito e a soddisfare l’ultimo dei tre desideri concessigli. E qui entra in ballo l’invenzione scenica di Cerciello che fa interpretare al puntuale Fausto Russo Alesi sia la figura del padre che quella del figlio, due personaggi intercambiabili, come ha avuto modo di precisare Enrico Fiore, proprio perché partoriti dalla testa di Fedra.

Tutto il dramma si trasferisce nella selva, rappresentata dallo scenografo Roberto Crea con tre alberi di colore diverso, in cui la natura selvaggia si scontra con la civiltà, dove Fedra sente il richiamo della libertà, incarnata da Ippolito che, però, dinanzi ad un sentimento scevro da sovrastrutture, autentico, si comporta razionalmente rifiutando la lussuria della sua matrigna. Seneca opera, quindi, un ribaltamento del senso e mostra gli ateniesi vittime delle proprie emozioni e razionale il figlio dell’amazzone Antiope che, però, viene sconfitto dalla sua natura amata.

Non c’è traccia della regalità greca di Fedra, nemmeno nel costume monumentale e barocco di Alessandro Ciammarughi, una corazza da cui si spoglia e che la lascia sola con se stessa. Non c’è traccia di antichità classica nel coro che, sia nei movimenti che nei costumi, richiamano alla memoria la filosofia taoista, caratterizzata da una profonda dinamicità dell’universo in cui yin e yang sono due energie opposte che possono creare e distruggere, generare disgrazia o fortuna.

Non ci sono le divinità se non nei recitativi delle tre corifee e del coro dove appaiono perché continuamente invocati e dove si presagisce tutta la vicenda. C’è, però, Seneca, soprattutto nei momenti atonali del coro musicati da Paolo Coletta, in cui lo spettatore si trova piombato in momenti meta-narrativi dove il filosofo latino riflette sulla natura fragile dell’essere umano, sulla fugacità della bellezza e la minaccia silenziosa del tempo.

 Visto alle Terme di Baia, nell’ambito del Festival del Dramma Antico alle Terme di Baia, il 27 luglio 2017

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