Una cosa enorme, la maternità per Fabiana Iacozzilli

Ho visto l’ultimo lavoro di Fabiana Iacozzilli, Una cosa enorme, a una settimana esatta da “La Classe”. Prima di giovedì scorso non conoscevo la poetica della regista romana fatta di oggetti, di ombre ma anche di un senso di comunità molto forte. Oggi, dopo aver visto entrambi i lavori – bellissimi per giunta – ho più chiari alcuni snodi concettuali che sono materia fondante del lavoro della Iacozzilli.

Si inizia al buio, ascoltiamo le voci pre-registrate che sono, a ben pensarci, un elemento scenico come gli altri oggetti che riempiono il palco. Quindi ritorniamo nel campo dell’indagine, questa volta sui tabù della maternità, partendo dalla ricerca di Orna Donath e dal diario intimo di Sheila Heti.

La donna (Marta Meneghetti, che mi ha ricordato lo stile performativo delle attrici di Emma Dante) porta in grembo un figlio che non vuole far nascere, ha un ventre che è “una cosa enorme”, che quasi tocca terra. Addirittura si cuce la vagina con una corda per non partorire, è incinta da un tempo indefinito. È il dolore dell’ambivalenza, la coesistenza di due bisogni forti e in contrasto tra di loro, quello della maternità e del desiderio di annullare la maternità. Lo mostra chiaramente Fabiana Iacozzilli, Una cosa enorme è proprio il sinonimo della tensione dialettica che attraversa la maternità, poco affrontata dai media e costantemente ignorata dall’opinione pubblica.

L’esperienza soggettiva della maternità diventa esperienza di trasformazione e di liberazione collettiva. Dal buio emerge la figura di una donna che abita una casa fatta di poche cose – una vecchia poltrona, un frigorifero, una cucina a gas – e che imbraccia spesso un fucile per scacciare le cicogne che la importunano.

La cicogna era ritenuta, dai Padri della Chiesa, il simbolo della riconoscenza filiale. Stando ai bestiari medievali, la cicogna non era solo portatrice dei bambini ma nutriva anche i suoi genitori quando non riuscivano più a badare a se stessi.

Nella seconda scena il figlio nasce, già vecchio (Roberto Montosi, perfetto in ogni singola espressione del volto e del corpo), e comincia a voler esplorare il mondo attraverso i suoi sensi.

E qui arriviamo al secondo livello dello spettacolo, il plot twist che mette lo spettatore di fronte a un materiale scenico, affrontato in passato magistralmente da Romeo Castellucci in Sul concetto di volto nel figlio di Dio, dove gli elementi autobiografici si fanno più forti. La donna riesce ad uccidere la cicogna in entrambi i casi ma, alla fine, sente il rinculo della corda a cui si è attaccata ed è costretta a fermarsi, a tornare sui suoi passi.

In sostanza, si tratta di un lavoro lucido, crudo, fatto di tanti silenzi. Non c’è una drammaturgia canonica, non è un atto performativo, è uno squarcio di realtà che si apre dinanzi a noi. Iacozzilli rifiuta l’immedesimazione dello spettatore, la commozione, preferisce una materia fredda, fatta di suoni e rumori amplificati (ancora una volta, eccezionale lavoro di Hubert Westkemper) ma, soprattutto, di odori. Probabilmente perché è solo con i cinque sensi (e non con la testa) che è possibile capire cosa significa essere madri e figli.

Visto al Piccolo Bellini di Napoli il 17 febbraio 2022

 

 

Una cosa enorme

uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli

con Marta Meneghetti, Roberto Montosi

scene Fiammetta Mandich
luci Luigi Biondi, Francesca Zerilli
suono Hubert Westkemper
realizzazione body suit Makinarium (special – visual – effects)
collaborazione ai costumi Davide Zanotti, Anna Coluccia
aiuto regia Francesco Meloni
assistente alla regia Cesare Santiago Del Beato
assistente alla drammaturgia Carola Fasana
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
foto di scena Manuela Giusto
collaborazione artistica Lorenzo Letizia, Luca Lotano, Ramona Nardò

un ringraziamento a Giorgio Testa

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