Una riflessione sul Cantico di Roberto Latini

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Al Teatro Civico 14 di Caserta è arrivato il Cantico dei Cantici di Roberto Latini, spettacolo vincitore di due Premi UBU 2017 nelle categorie “miglior attore/performer” con Roberto Latini e “miglior progetto sonoro” con Gianluca Misiti.
Latini e Misiti, insieme con Max Mugnai, light designer, costituiscono il trio di Fortebraccio Teatro nato nel 1999.

É il quarto anno consecutivo di Roberto Latini al TC14: l’attore, regista e dramaturg vi esordisce nella stagione 2014/2015, con l’adattamento e la regia de I giganti della montagna di Luigi Pirandello.
Ora invece Latini porta su questo palcoscenico divenutogli familiare un lavoro basato sulla riscrittura del classico Il Cantico dei Cantici, un poema d’amore precristiano che fa pensare alle liriche di Saffo e di Catullo, all’Ars Amatoria di Ovidio, non già al testo sacro della Bibbia ebraica nel quale è stato inserito, e non senza rilevanti perplessità teologiche.
Rifuggendo da ogni interpretazione mistica e allegorica del testo, la voce plurale e androgina del dj in scena che lo recita (Latini) ne risveglia ed eccita tutta l’originaria atmosfera erotica e sensuale; atmosfera amplificata da un ‘gioco’ di manipolazione vocale tipico del teatro di Latini e qui praticato prevalentemente attraverso i due microfoni alloggiati sulla consolle radio, luogo che funge da spazio scenico privilegiato. Davanti al tavolo è predisposta una panchina, possibile relitto di un precedente amore romantico, riadattato ora a fredda panca su cui dormire da solo.
C’è da chiedersi perché il protagonista sia un dj con parrucca e marsina viola, travestimento poi rifiutato in conseguenza di un crescente impulso alla denudazione. A mio avviso, la risposta è questa: tecnicamente il dj è l’esperto per eccellenza in pratiche vocali e sonore, colui che fa partire la musica, che catalizza l’interesse di un pubblico di massa, per lo più giovane, intrattenendolo con mix di musica pop e rock (da Carrà ai Placebo, a Morricone in questo caso); tuttavia, nell’impostazione di Latini, questa ambigua e modernissima figura di conduttore radiofonico potrebbe anche configurarsi come un puro segno o maschera, mediante cui attraversare il ‘terreno’ del testo antico per renderlo fertile, contemporaneo. Una figura che ‘conduce’ a un ‘limite’ verso cui il teatro di Latini tende di continuo: visto in questa chiave, lo stesso testo classico potrebbe costituire una via di collegamento tra un confine e l’altro, tra un “al di qua” del teatro e delle sue maschere e un “al di la” della vita e degli uomini. Dietro quella maschera si percepiva di continuo la presenza di un uomo come individualità riconoscibile, cioè realmente affranto per un amore suo; tuttavia, soltanto alla fine quell’uomo si sottrae a ogni recita e viene fuori in tutti i suoi palpiti e spasmi di corpo nervoso e di voce amplificata al massimo e scandita al ritmo trascinante della musica di Misiti. L’uomo, alla fine, rivolto alla platea, riverbera un’ultima battuta: «Che peccato!». Possibile allora che tutto il dramma dell’amore, raccontato attraverso il Cantico, si sia svolto solo nella sua testa?
Nell’incontro con Latini aperto al pubblico e organizzato dal TC14, l’attore-regista chiarisce che ogni singolo spettacolo, per Fortebraccio, non è un progetto da precostituire, ma un qualcosa di non finito e un’aspirazione verso cui tendere; un “verosimile” che non ha la pienezza della verità e dell’essere, ma l'”imperfezione” che si rifrange negli occhi di chi guarda e che si lascia modellare da questo continuo divenire.

Ne La Tempesta di Shakespeare – ricorda Latini – rivolgendosi a Miranda, Prospero dice: «Spalanca il frangiato sipario dei tuoi occhi e dimmi cosa vedi laggiù».

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