Phoebe Zeitgeist: a teatro i classici sono macchine perfette da smontare

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Phoebe Zeitgeist è una compagnia teatrale milanese che si caratterizza non solo per spettacoli potenti, viscerali ma anche per una modalità di lavoro che prevede prove aperte e discusse, conferenze fino alle lezioni universitarie. Una formula allargata che permette codici molteplici di interpretazione del mondo e una lettura spinta del contemporaneo attraverso strumenti di indagine e di analisi complessi e significativi.

Risponde Giuseppe Isgrò.

 

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

I segnali appaiono evidenti e sono sempre i medesimi che vanno ad aggravarsi: sempre meno sostegno economico, sempre meno pubblico, sempre meno scelta. Sempre più oneri fiscali e burocratici assurdi per coloro che già lavorano al limite, immolando la propria vita. Non credo però nell’idea di “crisi generazionale”; ogni generazione ha avuto e avrà i suoi problemi. La crisi è culturale, politica, civile.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

Come gruppo di lavoro, assolutamente non crediamo nelle “idee”. Crediamo che l’opera di un artista (perlomeno quando la riteniamo interessante) abbia forza grazie a un’estetica, a una poetica, coltivata e arricchita in anni di vita, studio, approfondimento, sangue versato. Vediamo spesso opere, nate senza mezzi produttivi, molto più vive e stimolanti di tanti spettacoli “ricchi” e istituzionali che nulla ci dicono sul nostro presente, né tanto meno risultano essere stimolanti sul piano del linguaggio. Molte volte però, preferiamo rivolgerci anche e preferibilmente ad altri linguaggi per trarne nutrimento. Frequentiamo concerti, andiamo al cinema, vediamo mostre d’arte contemporanea e musei d’arte antica, leggiamo molto… Nella convinzione che uno dei problemi principali di molto teatro che si vede oggi in Italia sia quello d’essere chiuso nel suo scomparto linguistico, nel suo cortiletto limitato, con pochi riferimenti altri/alti.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

Il teatro a mio modo d’intendere può avere svariate funzioni, più o meno “sociali” ma innanzi tutto deve essere urgente, crudo-crudele e onesto. Dev’essere un’occasione d’incontro e relazione forte tra corpi vivi in scena e corpi reagenti in platea. Qualcosa per cui valga la pena di uscire di casa, staccandosi da televisioni o computer, per recarsi in un luogo pagando un biglietto per assistere a una sintesi viva di qualcosa che conosciamo ma abbiamo sempre bisogno di continuare a indagare nella sua complessità.

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Non sono per una concezione evoluzionistica dell’operare artistico e i “modelli culturali” mi fanno sempre dubitare, mi fanno sentire odore di stantio e di muffa. Penso che non esistano modelli ma modi, e spero di scorgerne sempre di nuovi, non restando attaccato a stilemi e comode competenze già acquisite.

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

Sostiene soltanto alcune realtà, perlopiù quelle garantite e ufficiali. No, ne beneficiano in pochi e i benefici sono sempre più magri. Questo penso di poterlo affermare con una certa sicurezza.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.

Ammetto di non essere giunto a elaborare una misura da mettere in atto. Dirigendo una compagnia che si muove nell’indipendenza e nell’autodeterminazione, il genere di esistenza che conduciamo è già frutto di una scelta a suo modo estrema. Quotidianamente cerchiamo di agire in maniera urgente sulla realtà che ci circonda, reinventandoci costantemente il modo per sopravvivere, resistere ed esistere.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

Credo dipenda da come li si mette in scena: i classici sono delle macchine perfette che possono essere smontate, rimontate, rinnovate, rianimate. La scelta politica di un direttore artistico? dipende se la scelta si basa sul valore politico di ciò che decide di programmare, o se si basa sulla politica degli scambi, delle convenienze, delle filiere e delle garanzie.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

Direi si, in quanto il potere reale all’interno del mondo teatrale italiano è nelle mani di pochi, pochissimi.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

Penso sia auspicabile e che qualche studioso, o critico che dir si voglia, dovrebbe cominciare a individuarne i tratti. Si fanno sempre più spettacoli con pochissimi mezzi e attorno al concetto di crisi, declinato in svariati modi. Il pubblico di questi spettacoli spesso paga niente o pochissimo per accedervi. Le persone che ne scrivono sono perlopiù volontari e appassionati di teatro – gli ultimi critici prezzolati che restano, scrivono quasi soltanto di ciò che è garantito, ultra prodotto e conclamato.

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

Per noi come gruppo è importantissimo, per questo continuiamo a produrre materiali di approfondimento sul nostro lavoro, a collaborare con accademie e atenei, a costruire i nostri laboratori didattici. Se non ci fosse lo spettatore, semplicemente non avrebbe senso andare in scena.

Extra: Prima di salutarvi, ringraziandovi per la collaborazione, vi chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua/vostra missione teatrale? Come immaginate la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?

La nostra “missione” è quella di produrre un’arte scomoda e pericolosa che produca conflitto, turbamento e domande dentro di noi e dentro lo spettatore. Continuare a innestare relazioni e cortocircuiti all’interno della realtà e dei luoghi che attraversiamo. Non vogliamo immaginare, né prevedere, nulla – non abbiamo fede nel futuro, ma ci sforziamo di costruirlo nel presente, continuando ad agire nella maniera più impervia che ci riesce. Speriamo che tutto l’impegno e il sangue, nostro e degli artisti della nostra generazione che riconosciamo affini, produca sempre più senso e affermazione di una o più nuove possibili linee.

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