Al di là della vita: recensione del film di Scorsese

Questa recensione ha lungamente riposato nel borbottevole calderone dei pareri personali, degli umori, dei gusti e disgusti, là donde ogni recensione viene. Per un mattoncino inserito nella casetta del gradimento, c’era un mattoncino che andava a far crescere la dimora opposta. Che avrà mai di tanto speciale Al Di Là Della Vita per martoriare in modo siffatto la critica coscienza? Scorsese era in debito con lo spettatore onesto dopo il peana tibetano di Kundun, biasimevole oltre ogni lecito ed individuale apprezzamento. Parte di quello stucchevole assopimento della messa in scena riverbera anche su Al Di Là Della Vita. Che somma indecisioni, arresti improvvisi, persino ingenuità visive nel descrivere la parabola dell’autista di ambulanze alle prese con le voci dei morti. L’uso insistito dell’accelerato, delle luci sovraesposte, degli effetti speciali che moltiplicano corpi e volti o fanno resuscitare i trapassati estraendoli dal piano stradale suona prevedibile. Forse il problema è tutto nell’estro supposto del signor Cage, effettivamente dotato di non più di quelle due o tre espressioni che spettano alla gran parte degli attori hollywoodiani. Il suo ghigno, che vuol dire “sono arrabbiato” come “sono sconvolto”, o “mi sento un tantino paranoico”, è il medesimo che sfoderava nell’ammirare lo snuff-movie di 8 mm. Buffi, i suoi dialoghi col moribondo, patinato, il finale che ricorda l’ansia cherubina dell’infelice City Of Angels.

Si intruppa, il film, sbaglia percorso, tedia lo spettatore con i suoi luoghi comuni, o gli isterismi risaputi. Ma ci sono la notte e il senso di colpa, e qui si comincia ad apprezzare uno Scorsese più concreto. Come in Fuori Orario, gestiscono l’azione, creano incidenti e complicazioni, determinano lo stato d’ansia che esplode nell’ira, o nell’abulia. Con la differenza che qui Scorsese non vuole, o non o può, fare come in Fuori Orario una parabola lucida e sintetica. Ha progetti più ambiziosi, tirare fuori i morti come nel titolo originale. Stare sulla linea di frontiera, navigare sulla barca di Caronte, porre un mano sulla spalla di chi può decidere della vita o della morte, pur non essendo Dio. E di questa responsabilità è stanco e nauseato, perché quel sottile confine ha perso ogni significato. Obiettivo difficile, calavrio soggetto a cadute di tono e stile. Il risultato è un Casinò ancora più liquido e smarginato, più indeciso, senza il veicolo trainante di un’istanza narrativa forte. Eccentrico, più che a-centrico (checché ne dica la vox bignardesca). E qui entra in gioco la scrittura di Paul Schrader, tipicamente eccentrica, abituata a girare con pesantezza soave intorno ai fatti, distratta, rallentata, ineluttabile. Se si dimentica lo Schrader sceneggiatore per Scorsese, e si prende in considerazione lo Schrader regista (Lo Spacciatore e Affliction su tutti) si troveranno numerose affinità. Verranno alla luce parentele più strette di quelle affannosamente cercate da improvvisati esperti di araldica con Taxi Driver, del quale Al Di Là Della Vita non ha né la follia personale né l’epica urbana. Qui è questione di vita o di morte, e non si vedono reduci del Vietnam davanti allo specchio. L’ambulanza è la “nave dei morti”, e Scorsese si mette in caccia del puro spirito. I risultati possono far sorridere, irritare, destare facezie o instillare il barlume di un pensiero. Nell’attesa di una decisione, quattro stelle.

Articolo di Riccardo Ventrella (reVision)

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