Un quaderno per l’inverno, una pièce dolce sul senso dell’arte e della vita

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Un quaderno per l’inverno esprime esattamente l’idea alla base del teatro di Massimiliano Civica: non far notare l’arte e la tecnica per avere il massimo dell’arte e della tecnica. Lo spettacolo, infatti, è leggero e minimale ma parte con un’invenzione incredibile che vede protagonisti un docente universitario di letteratura, Velonà, e un ladro, Nino. Nella prima scena Nino punta un coltello alla gola del professore, sono fuori dalla porta di casa di Velonà, che lo fa entrare nell’appartamento. Nino, però, non vuole soldi ma poesie. Scopriamo, infatti, che ha rubato, alcuni giorni prima, una valigetta con dentro il portatile del docente e un quadernetto con alcune poesie. Le ha lette alla moglie in coma, all’ospedale ed è convinto che possano risvegliarla perché ha notato una reazione sul suo viso.

La pièce, scritta da Armando Pirozzi, si avvale di due bravi attori, Alberto Astorri, nei panni del professore, e Luca Zacchini, un ladro timido e buono, che danno vita ad un dialogo denso che parla al cuore dello spettatore della dimensione dell’amore, dell’arte, dell’ispirazione e della vita. Dunque, Civica posiziona sulla scena solo un tavolo e due sedie che, inquadrati così, sembrano poca roba rispetto all’elemento chiave del testo, la poesia. Eppure sedie e tavolo, assieme alle arance e ai pochi oggetti di scena, sono emblematici perché restringono il confine tra palco e vita. La scelta registica di Civica punta alla sottrazione per costruire un sistema autopoietico.

D’altronde il termine “poesia” proviene dal greco poiein, cioè fare, costruire. Il professore Velonà, mosso dall’amore, stava costruendo la sua narrazione nelle sue poesie, fissava immagini per se stesso mentre per Nino le stesse sono testi fondamentali per vincere l’approssimarsi di una perdita. Si ritroverà vivo, otto anni dopo, come lo spettatore avrà occasione di vedere, e in cammino nonostante avesse perso, con la moglie, il kairos, cioè l’attimo in cui accade qualcosa di incommensurabile. Nei silenzi, negli sguardi e negli atti di Nino e Velonà si percepisce una ripetizione degli istanti, l’essenza del gioco benjaminiano che si ripete, quell’ “ancora una volta” del bambino che crea tutto ex novo ma anche il fondamento della parola spielen, cioè giocare, inscenare, provare.

D’altro canto sappiamo anche che ogni istante ha una sua unicità, che non è reiterabile – il professore, infatti, non dimenticherà mai il suo primo incontro con Nino, che condizionerà tutta la sua vita a venire – e se aspettassimo un suo ritorno identico rendendolo icona, proveremmo sulla nostra pelle uno scivolamento del presente e una ricerca impossibile del tempo perduto. L’unico modo per inseguire il kairos è scrivere e il figlio di Nino, adolescente, istintivamente lo capisce e dedica al padre una poesiola semplice ma significativa. Fa così: <<Oggi papà mi ha regalato un quaderno. Dentro c’è qualche poesia. Mi ha detto di scriverci anche una mia. Ha detto che è per far passare più presto l’inverno. Oggi papà mi ha regalato un quaderno, per l’inverno.>>

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