Teatro a cappello allo ZTN, intervista a Maurizio Capuano

Foto di Roberto Colasante

Foto di Roberto Colasante

Si chiama “Giù il cappello” la nuova stagione dello ZTN di Napoli, partirà il 1 ottobre ed è strutturata secondo la formula del teatro a cappello. Una scelta bizzarra ma efficace partorita da Naviganti InVersi, Maurizio Capuano, GAG Produzioni e Giuseppe Fiscariello che è anche uno spunto per interrogarci effettivamente sul valore del teatro e dell’arte. Il cartellone è molto ricco, affianca tantissime giovani realtà ad attori di esperienza come Ernesto Mahieux ed Antonello Cossia ma, soprattutto, ha un’idea di base che vale la pena di essere raccontata attraverso le parole di uno dei suoi ideatori. Intanto date uno sguardo alla loro pagina per capire come ottenere il vostro abbonamento gratuito.

 

Un’intera stagione teatrale a cappello? Ho sentito bene?
Sì.

Al Teatro Civico 14, però, grazie all’intuito di Domenico Santo, esiste dal 2011 una stagione a cappello. Avete solamente ripreso quest’idea per il pubblico napoletano oppure offrite qualcosa di completamente diverso? Perché uno spettatore dovrebbe scegliere lo ZTN?

A dire il vero, l’idea dell’offerta a cappello ha preso corpo dopo alcuni spettacoli portati nel nostro spazio dal bravissimo attore e regista Gennaro Monti. Ogni volta un successo, sala gremita, abbiamo dovuto mandare gente a casa e organizzare delle doppie o rimandare gli sfortunati alle successive repliche. “Chissà che non funzioni davvero”, ci siamo detti. È stato solo un caso che, trovandomi a recitare in uno spettacolo d’improvvisazione nella bella realtà del teatro Nostos, abbia visto la locandina d “Sciapò, la rassegna a cappello. Diciamo che è servito a rafforzare le nostre convinzioni. Inoltre, qualche collega ci ha parlato della fortunata esperienza di uno spazio di Torino che organizza solo spettacoli con questa formula. E allora, ci siamo convinti. Quello che offriamo è solo la possibilità di poter fruire del teatro decidendo che “valore” dare a ciò che si vede. Un tentativo di educare/formare un pubblico nuovo, che non sia solo quello dei parenti, amici e addetti ai lavori. Più una serie di tante altre motivazioni, e tutte abbastanza lontane da quelle economiche. Non saprei dire se si tratti di qualcosa di completamente diverso, vorrei che questo lo decidesse il pubblico, dandoci fiducia. E poi, oh, siamo anche simpatici.

Quanto c’è di rischioso nella vostra scelta?

Molto. Noi viviamo di teatro, con i nostri spettacoli. Non abbiamo spazi in concessione, non riceviamo finanziamenti, paghiamo semplicemente un affitto. Fortunatamente, abbiamo “padroni di casa” molto, molto gentili, comprensivi, attenti e aperti. Non diresti che sono gente di chiesa.

Un’intera stagione a cappello rompe completamente anche dei meccanismi che hanno corrotto il teatro come, ad esempio, i biglietti omaggio agli attori e agli amici degli attori. Non pensate che anche questa sia una piccola rivoluzione?

È una delle altre motivazioni di cui parlavo più sopra. Nessun omaggio. A nessuno. Si viene in teatro per amore del teatro, non per il collega con cui hai fatto uno o due spettacoli o, più semplicemente, per venire a criticare il lavoro di qualche collega che non stimi (sì, succede, credimi). A proposito di critica: voglio vedere chi avrà il coraggio di chiedere accrediti, quest’anno.
Scherzi a parte. Il nostro è un tentativo di cambiamento. Un piccolo tentativo. Se darà i risultati sperati – cosa in cui crediamo tutti fermamente -, sì, potremo dire di aver avviato una piccola rivoluzione.

Libero De Martino in un suo bellissimo intervento per “Teatro della crisi”, la nostra rubrica sulla crisi del teatro italiano, dice che passiamo le giornate al televisore a seguire talent show e partite di calcio e non abbiamo cinque minuti per guardare l’esibizione di un artista di strada. Secondo voi, grazie a quest’idea, lo ZTN riuscirà a svolgere almeno il ruolo di aggregatore sociale?

L’obiettivo è anche quello; ma non caricateci di responsabilità, ci sentiamo già abbastanza sotto pressione.

Ho letto che ci sono ben 8 compagnie campane e tanti giovani. Nomi che, nella maggior parte dei casi, difficilmente girano nei circuiti ufficiali ed è una buona occasione per far conoscere altro. Personalmente, ti piace il teatro che viene offerto a Napoli?

Bellini e Teatro Nuovo: regalatemi i loro abbonamenti. Ah, dimenticavo il Mercadante: tenetevelo. Chiamatemi quando saranno scomparsi certi elementi.

Parlaci, in breve, dei lavori che presenterai durante la stagione.

Quest’anno, porterò in scena cinque lavori. Qualcuno potrebbe storcere il naso, sembriamo quelli che se la cantano e se la suonano. E invece no: è vero, sono spettacoli miei, testi miei, regie mie, ma con cast ogni volta diversi. C’è uno zoccolo duro di attori e attrici fidate, ma le nostre produzioni interne (ben dieci, quest’anno) puntano a creare rete, sinergie: spettacoli diversi, artisti diversi. E, soprattutto, giovani. Tutti professionisti, ovviamente. E intendo professionisti veri, che campano di questo. Riguardo agli spettacoli: a novembre, andrò in scena con La grande occasione, un adattamento di Hospitality Suite di Roger Rueff. Sarò in scena con Massimiliano Cataliotti e Antonio D’Alessandro (nessuno dei due, fa parte della compagnia Naviganti/ZTN). A gennaio, sarà la volta di Luce d’Oriente la Divina Veggente, di Antonio Magliulo, uomo di grande cultura e senso del comico, che considero il mio primo vero maestro di scrittura. Ho imparato tanto da lui, e i suoi testi sono esilaranti. Tra marzo e aprile, affronterò Shakespeare a modo mio, col mio stile, con Killer Shake!speare e Pulp Andronicus, cioè divertendomi. Non dirò altro. Concluderò a maggio con Oblivium, il teorema dell’odio di Pietro Koch, da un’idea del bravissimo collega e amico Aurelio de Matteis. Un’analisi di uno dei periodi più bui della nostra storia, che ha visto imperversare tra Roma e Milano la famigerata Banda Koch, guidata da Pietro Koch. Su questo spettacolo vorrei spendere qualche parola, poi taglia quello che vuoi. Mentre rispondo alle tue domande, sono esattamente le 3:16 del mattino, sto ancora lavorando al testo: studiando, tagliando, aggiungendo. È stato un lavoro di ricerca di fonti e scritti estenuante. Un testo in cui sto mettendo davvero l’anima. È un argomento che mi affascina, quello della memoria; cosa fecero Koch e i suoi e perché lo fecero. Il lato umano delle belve. Un personaggio troppo spesso liquidato in fretta dalla storia, Pietro Koch, e su cui cerco di gettare una luce, perché – come diceva Christopher Browning (sto studiando, l’ho detto): “Devo riconoscere che, nella stessa situazione, avrei potuto essere un assassino o un disertore (entrambi erano esseri umani), se vorrò comprendere e spiegare al meglio i loro comportamenti. Tale riconoscimento implica senza dubbio un tentativo d’immedesimazione. Non accetto, tuttavia, i vecchi schemi secondo cui spiegare significa scusare, comprendere significhi perdonare”. Sì, mi sto divertendo, credimi. Sarà una stagione davvero bella e ricca di sorprese e buon teatro.

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