Jan Fabre e un giornale notturno per sfuggire all’insonnia

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È in libreria Giornale Notturno (1985-1991) Vol.2 di Jan Fabre (Cronopio editore), una raccolta di appunti di viaggio, note e riflessioni del grande artista belga Jan Fabre.

Non ho mai visto uno spettacolo di Fabre dal vivo, mi ha sempre spaventato il suo delirio frenetico, la sua follia creativa. Eppure al Museo delle Belle Arti di Bruxelles, per puro caso, rimasi di sasso dinanzi ai suoi busti in bronzo. Mi inquietavano ma, allo stesso tempo, non riuscivo a staccare lo sguardo, attratto da una forza segreta, inaudita.

Sfogliando le pagine di entrambi i volumi del Giornale Notturno, curato splendidamente da Franco Paris, ho ritrovato quella potenza, la mostra scandalosa degli eccessi di un artista totale che, però, sceglie, questa volta, il frammento per raccontarsi. Un passaggio fondamentale, dettato dall’insonnia, in cui documenta il suo processo di creazione e maturazione artistica, dove arriva a sondare territori inesplorati. Lui, il contrario di quell’ “animale a pelo morbido”, per citare un frammento dal primo volume, preda perfetta dei direttori dei musei. Lui, il regista esigente, ormai baciato dal successo, capace di creare un’opera d’arte teatrale con il corpo svelato dei suoi performer in progetti articolati, sfiancanti, sempre in bilico tra le due polarità del teatro, lo spazio e il corpo.

Ogni frammento ha la sua importanza e, pagina dopo pagina, Fabre mette assieme i tasselli del suo teatro epico ma anche della sua vita, che gli detta nuovi ritmi sbilanciandolo verso nuovi equilibri. Il suo “Giornale notturno”, infatti, preso nella sua interezza, è un saggio bellissimo sulla metamorfosi dell’artista, sulle sue esigenze, dove prende consapevolezza del proprio apparire e della necessità di mostrare l’emozione, in tutti i suoi aspetti, nel luogo della performance. E cos’è la performance se non una metafisica del corpo, la trappola tesa dal regista dittatore per farsi perforare e perforare il suo ambiente? L’ideale di bellezza di Fabre, infatti, destabilizza perché porta i conflitti in scena, codificando nel gesto e nell’azione la pornografia del nostro quotidiano (il twerking di Mount Olympus, il cache-sexe di Quando l’uomo principale è una donna).

L’artista, quindi, si presenta nudo al lettore, si racconta e compie un sacrificio presentandosi nella sua soggettività più estrema. Un atto forsennato, che ci dà un ritratto appassionato dell’artista da giovane e che mi ha fornito il punto di partenza per indagare il suo mondo.

 

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