Dell’amore e dei segreti, la Scuola dei buffoni secondo Antonio Iavazzo


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Dell’amore e dei segreti per la regia di Antonio Iavazzo debutta in anteprima nazionale al Teatro Elicantropo di Napoli dove resterà in scena dal 5 all’ 8 maggio 2016. Liberamente ispirato alla drammaturgia di Michel De Ghelderode, drammaturgo e scrittore belga di espressione francese ma fortemente sensibile alle influenze dell’arte fiamminga e precursore dell’idea in seguito sviluppata da Antonin Artaud del teatro della crudeltà, questa pièce rappresenta il secondo capitolo della trilogia dedicata all’autore iniziata qualche tempo fa con la messa in scena dell’affascinante Escurial in una rivisitazione personale da parte del regista partenopeo.

Dell’amore e dei segreti è la messa in scena di un luogo senza tempo, oggi come ieri. Un non luogo dove il tempo è confuso, fluido tra le pieghe dell’esistenza. L’odore forte dell’incenso avvolge la sala celata poco a poco dietro i suoi fumi. Un uomo, una maschera, un frate o semplicemente un uomo, entra avvolto nel suo lungo abito scuro di tessuto duro sussurrando, biascicando una nenia Ave Maria, ie veng acopp’ Scampia addo’na vota era canapa mo spade e neve pe’a via sentimenti ascarffati juorne uno pe nato na carezza maie asciuta figli de Dio annascunnuti. A peste…a peste… Scompare dietro i teli scuri del fondo. La scena è cupa, quasi funerea. Il centro è dominato da un altare sprofondato in se stesso e sotto strati e strati di stoffe. Ai lati e in un angolo candele e lumini creano dei punti luce che delineano in perimetro della scena. Dall’alto di un balcone, immerso nelle tenebre totali, pende un pizzo bianco, barlume di speranza sottile ed esposta alle fluttuazioni del vento. Il mondo dei buffoni e dei buffonanti si desta poco a poco dall’assopimento delle tenebre. Dal fondo e dal corridoio centrale entrano piano piano, strisciando sul pavimento, torcendo il corpo in movimenti lenti e repentini scanditi dal ritmo ancestrale ed evocativo dei tamburi e della musica. Sporchi, lerci, seppelliti sotto strati di abiti consunti e sotto la guida di Galgut, Danilo Del Prete, tuonano nell’aria Je ero, nun o saccio si è valut a pena. Me chiammano ‘o Nazareno. Nuje che vulimmo na cosa sola, ‘o segret. Il segreto in questione è custodito dal loro capo Folial, Carmine Losanno.

L’aria è pesante, fortemente intrisa di quel sudiciume morale reso palese dal clima fortemente grottesco e demoniaco della pièce. Tutto prende vita dall’orchestrazione della natura umana, le forze comuni della banda dei buffoni per mettere in piedi una vendetta tramite l’arte della commedia, così da infliggere un colpo al cuore ed estrarre il segreto di Folial. Una danza tribale suggella il segreto intento grazie al quale buffoni e buffonanti, storpi e deformi,  potranno sdoganarsi dalla morsa ferrea del capo e finalmente regnare, solo loro regnare. La dissoluzione del corpo di Folial, ormai vecchio e restituito dunque alla vita è il terreno fertile di questo ardito piano. Ma il bello è meramente transitorio. È illusione e spettacolo, diverso da quello che appare agli occhi. La verità fortemente intrisa del segreto alchemico e per questo profondamente radicata nell’amore, nel senso dell’amore, sconvolgerà tutti i piani.

La messa in scena di Antonio Iavazzo è uno specchio che funge da guida all’interno di giochi rispondenti alla necessità dell’animo umano di deformarsi nella continua tensione tra l’angelico ed il demoniaco, tensione che scandisce la vita dell’uomo in ogni epoca, alla costante ricerca della propria affermazione. L’amore è, nella rilettura dell’opera di Michel De Ghelderode, un elemento salvifico evanescente svilito dal decorso di un tempo dove le scelte fluttuano verso l’oscuro. La scelta del male nella costante tensione col bene è in un questo caso una scelta di verità. Come la bellezza che svanisce perché rappresentazione certamente veritiera anche il sudiciume della corte dei buffoni è specchio del tempo, ma un tempo equo per Re, buffoni e dame.

Una rappresentazione che colpisce con forza dove tutto, la potenza della voce, urlata o sussurrata, la musica che accompagna in movimenti continui il corpo, la danza che lo avvolge come un serpente che striscia nel fumo ed arriva alle spalle, i pianti e le risate, contribuiscono a rendere gli occhi di chi osserva parte di questo grande gioco di forze. Dove tutto è il contrario di tutto, dove bello e brutto, sano e sudicio, sono binari opposti di vite parallele.  Una regia che calca la strada del surreale e del visionario senza lasciare nell’oblio. Gli interrogativi troveranno nel corso della rappresentazione le agognate risposte. Molto gradevole la prova attoriale. Carmine Losanno nel ruolo di Folial ha il giusto barlume di follia negli occhi che non lascia indifferenti.  Danilo Del Prete restituisce un capo buffone, Galnut, molto divertente e col giusto peso di cattiveria. La musica e la regia luci sono parte integrante di tutto. Un debutto marcatamente visionario che necessita di una soglia di attenzione leggermente alta ma per questo non meno gradevole.

Info

Dell’amore e dei segreti

regia di Antonio Iavazzo

con

Carmine Losanno (Folial)
Danilo Del Prete (Galgut)
Giovanni Arciprete (1^ Buffone)
Raffaele Iavazzo (2^ Buffone)
Federica Tornincasa (3^ Buffone – Veneranda)
Marcella Martusciello (Piccola Veneranda – Danzatrice)

 

 

 

 

 

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