Reflections on black

Reflections on black di Stan Brakhage, del 1955, è un ottimo punto di partenza per capire e apprezzare il lavoro del regista statunitense dal momento che questo cortometraggio già denuncia le preoccupazioni cinematografiche di Brakhage, anche relativamente a un certo cinema sperimentale. Ci sono il tema della visione, dello sguardo, le soggettive ardite, la pellicola come materiale infiammabile. Il film si discosta dal cinema tradizionale di quegli anni – ma anche dei nostri – perché si concentra sulla percezione piuttosto che sulla comprensione logica degli eventi.

Stan Brakhage non vuole rappresentare nulla eppure il suo cinema ha fornito una nuova percezione del Mondo e dell’Arte. Il titolo è equivoco: che tipo di riflessioni vuole fare il regista? Sul cinema? Sul suo film? Sul protagonista della pellicola che è cieco? Non importa. L’unica cosa che conta è quel che sta accadendo al protagonista durante la visione. Ci sono dei graffi sui suoi occhi e, in seguito, su quel che vede: il suo sguardo è ferito.

Inizialmente non c’è il sonoro ma solo un personaggio enigmatico che, a quanto pare, non riesce a vedere nulla di tutto ciò che lo circonda ma, nonostante tutto, si muove per strada senza alcun problema. Entra in un edificio, sale le scale, va in un appartamento ma lo spettatore non riesce a percepire se riesce o non riesce a vedere. Nell’appartamento c’è una coppia: lui si rade, la donna sembra preoccupata e ha delle allucinazioni ma non è detto che questa nostra percezione sia quella giusta. Potrebbe anche essere una fantasia dell’uomo che si sta radendo. Oppure – terzo grado di percezione – è il passante che ha immaginato tutto questo.

Eppure, nel corso del film, c’è un modello che si ripete e dà una mano allo spettatore: suggerisce cose, dà indizi ma questo è dovuto solo al potere che Brakhage dà al personaggio, verso la fine. Il terzo mini-episodio del film, infatti, rivela qualcosa in più: sono tre storie in tre appartamento dello stesso edificio. Ci sono, inoltre, delle ripetizioni: una donna pulisce un piatto che le cade da mano, per quattro volte. E chiude il primo episodio. Il film, poi, riprende dall’ingresso del protagonista nell’edificio e va all’altra storia, dove si assiste a un tradimento, poi scoperto. Nel momento in cui il protagonista guarda il marito tradito, termina il secondo episodio e solo la presenza dei graffi dà un indizio di soggettività della visione: tutto è stato guardato con gli occhi del nostro protagonista. Come se fossimo entrati nella sua testa, come se avesse proiettato i suoi pensieri su di un telo bianco per mostrarli allo spettatore.

L’ultimo episodio si svolge in un altro appartamento dove una donna mette a fare il caffè. Sono i secondi più controversi dell’intera pellicola: tutti gli organi dei sensi sono in primo piano e, su queste inquadrature, termina il film.

 

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