Roberto Rinaldi: urge una nuova riforma più consapevole

roberto rinaldi

Roberto Rinaldi è laureato in Discipline delle Arti Musica e Spettacolo facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Bologna. Ha conseguito una specializzazione in Psicologia Clinica presso l’Istituto di Psicologia Clinica, Facoltà di Medicina e Chirurgia. Università degli Studi di Bologna . Diploma di perfezionamento Scuola di specializzazione in Metodologie Autobiografiche e Analisi dei Processi Cognitivi Istituto di Pedagogia per adulti. Università degli Studi Statale di Milano 1998. Giornalista pubblicista, critico teatrale è direttore responsabile di www.rumor(s)cena.com e coautore, insieme a Carlo Simoni, primo attore del Teatro Stabile di Bolzano del dramma “Cronaca di una tragedia. Beatrice Cenci il mito”. È stato consulente del direttore artistico Marco Bernardi del Teatro Stabile di Bolzano, nell’ambito della stagione Altri Percorsi del 2011. Al Teatro Astra di Vicenza nella stagione in corso Niente Storie del 2011/12 ha moderato i dibattiti con le compagnie Babilonia Teatri, Punta Corsara, Fondazione Teatro Pontedera.

 

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e i modi del suo sviluppo?

Ad una prima lettura il teatro sembra godere di un’intensa attività produttiva ed artistica, per numero di spettacoli e produzioni in programma, specie nelle grandi città, tanto che l’offerta pare eccessiva causando sovrapposizioni al momento di scegliere uno spettacolo. Un indicatore che però determina una valutazione critica: la quantità non sempre un indice di qualità, specie se i criteri scelti per la produzione risultano scarsamente attendibili e improntati al rigore professionale. Molti si avvicinano al fare teatro senza una preparazione necessaria per affrontare la scena. I fattori di crisi si evidenziano anche per uno scollamento che sussiste tra ideali e slanci artistici e una vera pianificazione del lavoro che tenga conto di studi di fattibilità, sia economici che creativi. Manca a mio parere una tradizione drammaturgica nell’affrontare un progetto, capace di strutturare efficacemente un testo; ci basa sempre più sulla scrittura scenica e su idee senza uno sviluppo organico della messa in scena. La crisi sembra diventare strutturale sempre più per una somma di fattori coincidenti: professionalità artistiche dettate da logiche che sfuggono a quelle regole fondamentali (autoriali, registiche, imprenditoriali), necessarie per definire con la maggiore consapevolezza possibile, un risultato artistico valido e riconoscibile. Manca a mio avviso una cultura formativa, in parte sopperita dalle Accademie, quando si assiste alla nascita di gruppi propensi a scegliere il teatro come forma espressiva. Talvolta mi è capitato di assistere alla rappresentazione di spettacoli dove l’improvvisazione regnava sovrana. Colgo che sia un problema serio quello di avvicinarsi al teatro con una facilità disarmante per molti, specie nelle nuove generazioni, desiderose di trovare quelle risposte altrimenti inevase nei contesti sociali di appartenenza. Un altro fattore critico che determina un impoverimento è anche quello di non essere riconosciuti come protagonisti essenziali (se non fondamentali) della crescita culturale della nazione, da parte della politica che sottovaluta l’importanza del teatro e dei suoi protagonisti. La crisi identitaria è sicuramente un aggravante aggravata dalla mancanza di riferimenti specifici in cui un giovane artista non si ritrova. Massificare la cultura come è accaduto in Italia negli ultimi decenni, ha comportato un approccio superficiale anche per chi fa teatro. Pensare che tutto il teatro sia in crisi è fuorviante ma la tendenza sembra quella di andare incontro ad un progressivo scollamento tra chi il teatro lo pratica e una società incapace di sentirlo come una risorsa inalienabile.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

Il concetto di idea teatrale forte rimanda a un contenuto drammaturgico capace di coinvolgere l’attenzione del pubblico, della società in cui viene ad originarsi, alla persuasione di valori e concetti. Drammaturgie appartenenti al passato, dove gli autori sono divenuti celebri e rappresentati in tutto il mondo, sono quelli che nel corso dei secoli sono ancora attuali. Un’idea forte può avere diverse accezioni: un teatro che corrisponda a dei criteri di denuncia e analisi critica, come potrebbe essere portatrice di valori inalienabili. Il termine forte può essere determinato da molti fattori che si associano ad un substrato culturale capace di stimolare la creazione per la scena; esigenze determinate da spinte morali, etiche e creative coese. La nostra società attuale credo abbia perso la capacità di stimolare una produzione teatrale che abbia dei contenuti cosiddetti forti, a causa di una generalizzazione/massificazione che ha generato una dispersione di contenuti validi. La scrittura drammaturgica ha perso sempre più il suo ruolo fondamentale per lasciare spazio ad una improvvisazione scenica che non riesce sempre a lasciare un’impronta e un significato tangibile nella sua rappresentazione. La povertà di idee viene a crearsi anche per il poco tempo a disposizione nella fase di ideazione, dovuta a fattori di impegno economico che costringono l’artista e le compagnie a produrre nel lasso di un breve periodo di tempo. Si assiste ad una proliferazione di piccole realtà teatrali che non trovano una loro dimensione stabile, poco sostenuta anche da un impegno economico da parte delle istituzioni – senza essere però la causa principale- anche questo determina un impoverimento della cultura teatrale.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

Può esserci una funzione sociale nel teatro se si determinano delle condizioni di condivisione tra domanda ed offerta. La società che senta la necessità di avere delle risposte (anche) dal teatro è tale quando si interroga sulle proprie contraddizioni, sull’urgenza di trovare delle risposte generate da dinamiche esistenziali in cui l’essere umano si vede coinvolto. Il teatro da sempre ha dato la possibilità di creare aggregazione sociale in cui ritrovarsi. Il teatro come luogo di appartenenza e accoglienza. Ci si identifica nel teatro che rappresenta la vita di ciascuno, fin dai tempi degli antichi greci, aveva come funzione primaria dell’iniziazione di un rito, il bisogno di narrazione di storie e della possibilità di deridere con l’ironia e la satira uno status quo sociale, senza correre il pericolo di una censura preventiva. Da una funzione rituale si è passati ad un teatro caratterizzato dalla sua relazione con il potere, con la politica e le sue leggi, dove egli stesso possa esercitare il suo diritto di fare politica. Oggi il teatro si differenzia per corrispondere a nuove funzioni estetiche e sociali. Viene correlato allo sviluppo del pensiero tecnologico e quello di una coscienza sociale. Le necessità possono essere molteplici: dalla pochezza intellettuale del pensiero comune determinato dalla televisione, che ha impoverito e degradato ogni forma di espressione collettiva, al sentimento di appartenenza in un momento storico difficile. Può e deve soddisfare le nuove generazioni ala ricerca di un’identità da esprimere, del bisogno di comunicare sentimenti e pensieri, altrimenti, inevasi o privi dell’attenzione che meritano. Un artista in cerca di una sua affermazione ha come strumento il teatro, la possibilità di essere valorizzato? A patto che una società creda e sostenga questo suo ideale. L’Italia sembra, però, non credere a questa funzione, non a sufficienza. Le politiche culturali vivono uno stato di crisi attuale che si riflette di conseguenza sulla possibilità di affermazione stabile e duratura, sottraendosi ad una precisa responsabilità: il futuro di una società. Il teatro ha un ruolo fondamentale nella crescita e nello sviluppo di una cultura sociale che garantisca un benessere collettivo.

Si può credere ad un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Vedo in questo momento storico per il teatro italiano un momento di difficoltà attraversato da una crisi di identità. Ad una prima analisi sembrerebbe il contrario: il contemporaneo pare offrire molte idee e nuovi modelli creativi culturali ma a mio avviso è una lettura superficiale che non tiene conto della tenuta nel tempo. Il rinnovamento ha origine quando il sistema precedente entra in crisi e determina una spinta, un’accelerazione al cambiamento sostanziale e radicale. Non vedo in questa fase una volontà così determinante nel dare maggiore impulso, assistendo spesso a forme ripetitive e stereotipate di un teatro autoreferenziale. Mancano i presupposti perché avvenga una crisi sostanziale e un desiderio serio, consapevole, e determinato del cambiamento. La critica teatrale ha una sua responsabilità in questo e non assolve del tutto al suo ruolo.

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

La risposta è parzialmente negativa, nel senso che i finanziamenti sono previsti dal FUS, ma in misura diversificata come è stato deciso e pubblicato. Il problema sussiste nel mantenere in vita teatri e festival dove il sostegno economico è fondamentale. Finanziamenti che non trovano la giusta considerazione se si guarda solo l’aspetto puramente economico e non di carattere storico – culturale, privilegiando esclusivamente il dato statistico delle presenze di pubblico o un bilancio consuntivo delle spese sostenute. Fermo restando che anche il teatro debba razionalizzare i costi di produzione e risparmiare sugli allestimenti ( spettacoli da 500/700 mila euro sono una follia), è altrettanto doveroso investire su realtà teatrali che si sono distinte sul territorio e hanno saputo creare una tradizione basata sulle residenze, sul coinvolgimento sociale e sulla creazione di eventi non estemporanei. Il beneficio, a mio avviso, non è generalizzato – al contrario, si è assistito a forme di elargizione eccessive (nel passato piuttosto che oggi) a fronte di progetti artistici effimeri, poco propensi nel creare una seria cultura teatrale, quando invece, altre istituzioni artistiche languono o sono costrette a chiudere per la scarsa attenzione da parte delle istituzioni politiche sia locali che nazionali.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te?

Una scelta più rigorosa da parte delle compagnie teatrali dei testi da mettere in scena, che siano frutto di una ricerca/studio approfondito, tenendo conto di costi e benefici, non solo economici ma basati sulla credibilità stessa di chi firma il testo e la regia. Una preparazione formativa teorica assolutamente necessaria per garantire una qualità artistica di valore. Incentivare un maggiore senso di responsabilità che coinvolga le istituzioni. Mancano opportunità di confronto tra le parti e una riflessione seria su come razionalizzare al meglio le produzioni, evitando sprechi inutili. Una revisione profonda del sistema teatrale non può essere procrastinata senza conseguenze deleterie.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

Sono fondamentali perché appartengono alla storia del teatro, patrimonio inalienabile per la formazione e la trasmissione di valori, specie nei giovani. Con il dovuto senso di rispetto per la loro genesi drammaturgica possono essere adattati alle esigenze attuali, senza snaturare il senso originario determinante per la loro comprensione. Il teatro non può esimersi di mantenere una tradizione secolare come quella dei classici. La scelta politica di un direttore, specie di quelli dei teatri stabili, ha un peso determinante e non sempre garantisce una qualità artistica scevra di condizionamenti e neutralità del proprio operato.
Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì perché?

Il termine dittatura teatrale mi fa pensare ad un monopolio di pochi a cui è stato affidato il potere di decidere la programmazione artistica dei teatri. In passato si è assistito ad una concentrazione assoluta di risorse e mezzi che potevano disporre solo chi era all’apice della governabilità teatrale, dove il sostegno politico lo permetteva. Ora dopo la riforma del FUS e della creazione dei Teatri Nazionali sarà interessante seguire l’evoluzione e la gestione per capire cosa cambierà rispetto al passato, come il cosiddetto”potere” di decidere le strategie artistiche verrà esercitato. Una forma di dittatura teatrale è sicuramente esistita e gestita da registi di fama internazionale, celebri e carismatici quanto assolutistici nel loro esercitare sulla scena e nella vita del teatro stesso.
È possibile un“teatro della crisi” in cui artisti spettatori e critica trovino un punto in comune?

La crisi come ho risposto in una delle domande precedenti è fattibile se suscita delle reazioni al cambiamento e alla volontà di trovare delle risposte condivise. Suscitare una crisi che attraversi le molte criticità del teatro, tenendo conto di come sia fondamentale il rapporto tra artista (colui che si assume una responsabilità nel creare), il pubblico (il fruitore partecipe della creazione) e la critica (che sia garante di una valutazione del lavoro artistico, condotta con la maggiore obiettività possibile), è un impegno da promuovere sempre. La crisi suscita interrogativi e riflessioni e non deve mai cedere alla rassegnazione. Insieme, se c’è la volontà di farlo (mancano iniziative a mio avviso), creerebbe una maggiore cultura della visione e della promozione artistica. Non sono frequenti le occasioni ma nella mia carriera di critico, è accaduto di partecipare ad iniziative condivise tra le parti, dove la discussione a tre ha prodotto un dialogo stimolante e produttivo, specie per gli artisti e la loro poetica.

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

Lo spettatore ha un ruolo fondamentale e non può essere considerato un fruitore passivo o testimone senza diritto di parola. Il teatro vive in funzione del pubblico e solo attraverso la sua partecipazione attiva, progredisce e si fa carico di migliorare la qualità artistica. Lo spettatore è il primo osservatore critico a cui va riconosciuta competenza e sensibilità nel giudicare. Non ci si può esimere dal confronto con chi spende del denaro per assistere ad una rappresentazione teatrale. Un diritto/dovere dello spettatore è anche quello di dichiarare il suo gradimento o contrarietà alla messa in scena, stabilendo dei momenti di discussione con gli artisti. Da sempre ho creduto necessario investire nella formazione del pubblico e l’ho dichiarato sotto il nome di Rumorscena: “Istruzioni per una visione consapevole”. Formazione che può avvenire attraverso l’istituzione di laboratori di critica, discussioni collegiali tra operatori e pubblico, visione dello spettacolo dove far seguire un’analisi e incentivare una letteratura dedicata a questo aspetto importante della vita culturale del teatro.

Qual è la tua missione teatrale? Come immagini la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?

Ho scelto di fare il critico teatrale non per esercitare il semplice diritto di critica e recensire gli spettacoli: pratica che ha un senso limitato se si assiste ad una sola rappresentazione estemporanea di un regista, compagnia, senza un seguito; quanto per affiancare la poetica di un artista/gruppo e condividerne la ricerca e l’evoluzione artistica. Rumorscena negli anni ha scelto di monitorare alcune delle compagnie più interessanti della scena italiana, seguendole in tournée e visionando anche i primi spettacoli del loro repertorio, come un percorso a ritroso della carriera di ognuno di loro. Scrivere per me non è tanto definire pregi e difetti di un lavoro drammaturgico /registico e attorale, quanto comprenderne i significati e il pensiero dell’artista che lo abbia portato a scrivere e mettere in scena, indagando nel profondo del suo stile poetico e artistico. La missione diventa divulgazione solo dopo aver trovato spazi e tempo per studiare il percorso dell’artista, la sua biografia. La previsione dei prossimi cinque anni è infausta se tengo conto dei segnali negativi allo stato attuale: rischio chiusura del Festival Terreni Creativi di Albenga (Savona), trasloco e dispersione sul territorio del Festival Inequilibrio di Castiglioncello (Livorno), decisione che potrebbe comportare un’involuzione progressiva del suo radicamento e stabilità. Teatri come il Fondamenta Nuove di Venezia chiusi per mancanza di sostegno economico. Compagnie teatrali costrette a interrompere la loro attività per mancanza di risorse e negazione di finanziamenti. A fronte di allestimenti costosi nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, per poche repliche, messi in scena da Teatri Nazionali, il teatro italiano è nelle condizioni di soffrire una carenza progressiva di idee ma anche di sostegno finanziario equilibrato e sostenibile. Urge una nuova riforma più consapevole che sappia valorizzare la qualità e non la quantità nel programmare stagioni e programmi. La politica ascolti di più gli operatori e si confronti su obiettivi verificabili e adatti alle esigenze di una società e di un comparto come quello delle arti sceniche, fondamentale per la cultura italiana.

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