Ma che colpa abbiamo noi di Carlo Verdone

Nelle ultime stagioni, la psicanalisi ha sedotto il cinema italiano (comico e non) in proporzioni considerevoli e forse non ancora adeguatamente riconosciute: Nuti (Caruso Paskoski e Caruso Zero In Condotta), Troisi (Le Vie Del Signore Sono Finite), il lungo sodalizio tra Bellocchio e lo psicanalista Fagioli (Diavolo In Corpo, La Visione Del Sabba, La Condanna), Calopresti (La Parola Amore Esiste), Moretti (Sogni D’Oro, La Stanza Del Figlio), fino a Prendimi L’Anima di Roberto Faenza…
In questa folta compagnia, il film di Verdone (che già toccò l’argomento in Maledetto Il Giorno Che T’Ho Incontrato) è forse il primo a porsi decisamente dalla parte dei “malati”, riunendo così i due connotati principali del suo cinema: la coralità (sia essa data da attori diversi o dal solo attore-regista che si scinde in infinite macchiette) e il travestimento (l’opera di Verdone è zeppa di personaggi che “recitano”, disadattati che credono/sognano/sperano di divenire qualcos’altro).

Ne La Stanza Del Figlio, Moretti metteva in scena uno psicanalista “in ascolto”, che parla pochissimo, che resta senza parole, che si pente di non aver parlato… Verdone va oltre: la sua psicanalista non apre mai bocca, anzi muore già nella prima scena (o forse ancor prima che il film inizi), lasciando orfani sette pazienti di una seduta collettiva, che disperati troveranno l’unica salvezza in un’impacciata e tragicomica “autogestione”. Fortemente autobiografica, la malinconia ansiosa di Verdone-Gegè (che rammenta il Gengè di “Uno, nessuno, centomila”) non è affatto di maniera e sa ritrarre nevrosi credibili e momenti disturbanti: vedi l’aspirante suicida che ride e piange nello stesso momento, o l’incipit “bunueliano” dove un pulsante schiacciato per errore imprigiona i pazienti nello studio dove è appena spirata l’analista. Ma nel seguire il dipanarsi delle varie vicende (alcune meno originali di altre), la sceneggiatura si accontenta a volte delle soluzioni più facili, e in chiusura sfilaccia un po’ il ritmo in un susseguirsi di finalini e sotto-finali, restando lontana dalla leggerezza e dall’umorismo amaro del Verdone migliore (Compagni Di Scuola, Acqua e Sapone, Borotalco).

Visto però che si parla di psicanalisi, giocare di simboli è d’obbligo. Perché nella compagnia autogestita di Verdone traspare in controluce tutto il cinema italiano: Moretti è sin troppo visibile nel feticismo di Margherita Buy per le scarpe e nella sfuriata del morettiano doc Fabio Traversa; Salvatores e le sue irrazionali pulsioni di fuga sono nel personaggio di Antonio Catania che non può privarsi di dormire in treno; Aurelio Grimaldi è nella sanguigna Lucia Sardo, sua attrice preferita; Muccino è nella storiella di e-mail e identità misteriose che coinvolge i due giovani del gruppo; Vanzina è nella ragazza tutto pepe e palestra il cui unico sogno è diventare Velina…
In quest’allegoria figurata, Ma Che Colpa Abbiamo Noi mette in scena il tema classico della cine-psichiatria: l’uccisione dei genitori. Il cinema nostrano si affranca da due figure che da tempo lo opprimono: si parte dalla morte della Madre, ovvero della psicanalista (detentrice del potere della parola: la Critica); si finisce con Verdone che caccia via dalla sua fabbrica l’asfissiante e monolitico Padre (il potere del denaro: il Produttore). E forse non è del tutto casuale che questo film sia girato proprio dal figlio di uno dei decani della critica italiana (il prof. Mario Verdone), e che esca proprio all’indomani del crollo dell’impero Cecchi Gori, padre padrone la cui rovina ha lasciato un nugolo di registi orfani e di film interruptus.

Regia: Carlo Verdone
Anno di produzione: 2002
Durata: 120′
Tipologia: lungometraggio
Genere: commedia
Paese: Italia

Articolo di Dante Albanesi

Manfredi

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