L’uomo dei dadi: Luke Rhinehart e la sospensione del giudizio

l'uomo dei dadi

Ho scoperto L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart, da poco ristampato da Marcos Y Marcos, grazie a un bellissimo articolo di Emmanuel Carrère, apparso su Internazionale nel numero “Viaggio” e mi ha subito incuriosito la storia di Luke, psicanalista affermato, che decide, una sera, di affidare a un dado una decisione. Da questo momento in poi, come accade per il libro cinese degli oracoli de La Svastica sul Sole, Luke baserà le sue scelte in base ai risultati del dado.

Il libro è ispirato a una storia vera, quella di George Cockcroft che, ancora oggi, è solito servirsi dei dadi per ogni scelta e il suo libro è stato, per molti, un “manuale di sovversione” intriso di forte comicità ed erotismo. Quel che affascina, però, di questo testo del 1971 è la reiterazione di un concetto semplice, quello del caso, attraverso una dimensione psicanalitica post-1968. Il personaggio principale, Luke, vuole conservare la sua identità e inseguire il suo destino senza determinarlo. Una visione anarchica, dove non si attribuiscono significati agli eventi ma solo interpretazioni. Luke, infatti, ha sospeso il giudizio in funzione del dado e le sue capacità di valutazioni dipendono dalle fluttuazioni dell’azzardo, investendo, di volta in volta, un pezzo sempre più importante della sua vita.

L’atmosfera del libro è sempre sospesa tra realtà e sogno e il protagonista è sempre proteso verso la realizzazione di un desiderio. Il dado gli dà la possibilità di concretizzarlo o di cambiare verso al suo percorso perché è l’unico dio a cui riferirsi, secondo il protagonista, al punto che arriverà a scrivere una lettera in base al suggerimento di una faccia del suo dado. Questo racconto sull’incapacità di creare qualcosa di nuovo e sull’assenza del libero arbitrio se, da un lato, può apparire come una critica estrema alla gioventù post-sessantottina, d’altro canto si inserisce, in un modo molto originale, all’interno di quel filone distopico alla Dick rivedendolo in chiave più nichilistica e simbolica. Le interpretazioni di questo testo, però, possono essere tante: letto tra le righe, può narrare della liberazione dell’inconscio attraverso la mancanza del controllo di se stessi e raccontare quel “non esserci” nietzschiano che ha tanto affascinato i filosofi post-strutturalisti. Il dado, quindi, non è altro che una macchina astratta molto abile che collega il pensiero conscio e inconscio del protagonista, quindi dell’uomo senza più riferimenti politici, culturali e sociali.

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