Luciano Funetta: la solitudine è un atto di resistenza

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Luciano Funetta è l’autore di Dalle Rovine, uno straordinario esordio letterario, edito da Tunuè, su un collezionista di serpenti. L’abbiamo intervistato per dare al lettore materiale ulteriore per confrontarsi con un testo che ha fatto tanto parlare di sé.

1) Luciano, come definisci “Dalle Rovine”?

Una storia di fantasmi, innanzitutto. Il prodotto di quel piacere della paura di cui Tiziano Sclavi parlava con gli occhi lucidi, che non è il piacere di terrorizzare gli altri, ma quello di affrontare in prima persona e senza il salvagente del reale qualche tetro universo. “Dalle rovine” adesso è un libro, un oggetto, un esemplare tecnologico che tutti possono aprire e usare seguendo le istruzioni che la tecnologia secolare del libro sottintende, ma per me la storia di Rivera, prima di essere questo, è stata materiale informe e infestante. Se anche solo a una persona sconosciuta la lettura dovesse sottoporre lo stesso mistero che affrontavo mentre scrivevo – o un mistero simile – potrei dire di non essere solo.

2) La scrittura permette di decifrare delle ossessioni, di disegnare
su fogli un universo in cui ripararsi e di viaggiare tra le pieghe di
una storia mai vissuta o vissuta in parte. Come sei arrivato a Rivera?

Guarda, avevo un amico quando ero bambino. Dopo parecchi anni l’ho incontrato per caso, mentre passeggiavo per le strade del paese dove vivono i miei genitori. Lui mi chiede di seguirlo. Deve farmi vedere una cosa. Mi porta nel garage in cui da piccoli giocavamo spesso e lì scopro che si è messo a collezionare serpenti e altre bestioline esotiche. Credo di aver dimenticato quella giornata per un po’, fino al giorno in cui mi sono messo a scrivere un racconto su commissione. Non sapevo da dove cominciare e all’improvviso mi sono ritrovato davanti un paragrafo in cui introducevo questo individuo solitario, devoto alla sua seconda natura rettile. Dal non sapere cosa avrebbe dato il via a tutto mi sono ritrovato a sperimentare la sensazione esaltante di non avere idea di dove mi avrebbe portato. Naturalmente il mio vecchio amico non è Rivera, ma per un attimo i due si sono incontrati nell’esplosione di un piccolo fuoco d’artificio neuronale.

3) Ci sono dei segni da percepire o indovinare quando si scrive un libro?

Ci sono segni e segnali dappertutto, quando si scrive qualsiasi cosa. Intercettarli e lasciare che si intromettano nel nostro pensiero lineare provoca una confusione da cui si deve uscire con la forza della parola che è il solo strumento a nostra disposizione. Sono piccoli intrusi, a volte nocivi e altre volte benigni. Dare loro lo spazio che reclamano significa, almeno per me, acconsentire alla piccola guerra che si ingaggia quando si decide di riportare il linguaggio quotidiano alla sua natura originale di suono dell’indicibile. Scrivere significa vedere qualcosa in uno specchio di fronte a cui c’è il nulla e dare contezza a quel riflesso impossibile. I segni, se vogliamo continuare a chiamarli così, sono come gli insetti notturni che si avventano contro un lampione d’estate, e scrivere non può prescindere da quella nebulosa di ali e zampette, anche se nella nostra intenzione iniziale c’è soltanto raccontare la luce.

4) Come hai cominciato il tuo percorso di scrittore?

Non mi ricordo, anche perché non sento di aver mai iniziato nessun percorso. Ci sono stati momenti in cui ho scritto molto e periodi, anche lunghi, in cui non ho scritto. Ci sono stati incontri, come quello con Leonardo Luccone o quello con TerraNullius, che hanno agito con forza sulla mia consapevolezza e mi hanno regalato amici preziosi, ma resta il fatto che per me scrivere è un’attività privata, che si svolge nella mia testa e nella mia casa, lontano dal mondo.

5) Quali sono le letture che hanno influenzato questo romanzo? Con quali autori viaggi? Da quali autori ti fai viaggiare?

Ho sempre letto moltissima letteratura del terrore, o del perturbante se vogliamo essere precisi, sin da piccolo. “Dalle rovine” è sicuramente figlio di questo amore eterno, un amore poligamo che unisce in una deliziosa orgia tanti autori sudamericani (penso molto a Roberto Arlt), Guido Morselli, Friedrich Dürrenmatt, Gombrowicz e così via. Ho appena finito di traslocare e per comodità ho infilato i libri nelle scatole in ordine alfabetico. Mi piacerebbe viaggiare più di quanto non abbia mai fatto e allo stesso tempo portarli tutti con me. Non è una fatica portarsi dietro di casa in casa una biblioteca ogni volta più vasta. Se non avessi i miei libri, potrei traslocare ogni volta riempiendo solo due valigie. Non posseggo altro.

6) Che cos’è la solitudine? Esiste nel porno, l’ambiente che frequenta Rivera?

La vera solitudine è un atto di profonda resistenza, il momento in cui si prova a rispondere a un interrogativo antico, faccia a faccia con la coscienza che il grande marchingegno inceppato su cui si regge l’umanità. Detto questo, non sono un pessimista. Avrò dei figli, vivrò quanto mi è dato insieme a loro, poi me ne tornerò indietro, risucchiato dalla risacca del tempo, anche se naturalmente mi piacerebbe essere vivo fino alla fine del tempo degli umani. Magari anche oltre. Mi piace, data l’impossibilità della vita perpetua, credere di poter avere un posto tra i fantasmi, quelli bastardi e ottocenteschi che di notte escono fuori dai muri e se ne vanno a zonzo a mettere paura ai malcapitati vivi. Tornando alla tua domanda, nel porno, come ovunque, immagino esista la solitudine come esiste la comunione.

7) Hai già in cantiere un altro progetto?

Ho un cantiere. L’architetto ha sette personalità diverse e l’ingegnere beve dall’alba all’alba successiva senza sosta. L’unico manovale sono io. Capirai bene che non si può parlare di progetto, ma di catastrofe.

 

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