La Cupa, il viaggio nella lingua misterica del Male

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Credo fortemente che uno spettacolo possa considerarsi innocente e d’impatto quando pone al centro della sua riflessione la questione del soggetto e della sua responsabilità verso il proprio destino. Gramsci, nei Quaderni del carcere, scriveva che è possibile farlo solo analizzando la parola e il linguaggio della società perché costruisce la sua storia con gli altri.

Bisogna creare uomini sobri, pazienti, che non disperino dinanzi ai peggiori orrori e non si esaltino a ogni sciocchezza. Così scriveva Gramsci nel Quaderno 28 e il teatro offre un codice linguistico in grado di educare laicamente la collettività all’alterità e ad un’etica della terra che il teatro di Mimmo Borrelli ha sempre offerto.

Parto dal titolo: La Cupa. Fabbula di un omo che divinne un albero. Non si assiste ad un testo che determina un “bruciante rovesciarsi della favola”, come scritto da Enrico Fiore ne Alla ricerca dell’innocenza perduta nelle tenebre della «Cupa», quanto piuttosto ad una metamorfosi studiata che conduce l’umano alla consapevolezza della sua dimensione animale e spirituale. Ciò che interessa a Borrelli, infatti, è mostrare i limiti della bestialità umana – che non scorgiamo nell’animale – e l’umanità delle bestie. Non a caso La Cupa comincia con un uomo, Innocente Crescenzo, che parla con un maiale, una bestia che è stata “elette aposte’ r’ ‘a parola”.

La cava, luogo deputato ad ospitare gli ultimi relitti di un’umanità ormai perduta, merce degradata e degenere che ha prodotto profitto ed è scivolata in un abisso indistinto, ospita una sfera enorme e un uccello grifone dalle ali aperte, intuizione geniale di Luigi Ferrigno. Si tratta della terra, spada di Damocle destinata a crollare addosso all’umanità, e, come spiega bene Alessandro Toppi, de “la Natura che sorveglia, incombe e protegge o punisce questo nugolo di uomini che si affanna crudelmente sotto di lei”.

La Cupa è lo spazio dove dormiamo tutti, una zona dove domina l’oscurità, al centro della terra, che circonda l’essere. Tutti i personaggi, da Giosafatte Nzamamorte, malato di tumore, che vuole maritare la figlia Maria delle Papere che ha cresciuto come una sorella, a Tummasino Scippasalute, sono l’estensione del concetto del male, esclusi dalla dimensione etica dell’Umano, corpi pesanti pronti a morire. I costumi di Enzo Pirozzi, che “zombificano” gli attori, testimoniano il dolore, il massacro fatto nei confronti dell’altro, la cancellazione della vita. Tanti i rimandi colti: da Apocalypse Now a Matrix passando per La Gatta Cenerentola di De Simone, Viviani, il teatro Nô e il Kabuki.

Si potrebbe, inoltre, parlare all’infinito della lingua di Borrelli, usata qui anche come strumento politico, che parte dal popolo per diffondersi a tutti, e degli innumerevoli cortocircuiti che lo spettacolo genera. Quel che prima aveva un volto ed era mappato, quindi riconoscibile perché simile a noi, nella “Cupa” ricompare come parte di un mondo sconosciuto, irriconoscibile perché sfigurato dalle sofferenze patite e inflitte.

Mi tornano in mente le parole di Prospero ne “La tempesta” di Shakespeare, a cui Borrelli deve tanto. Rivolgendosi a Miranda, Prospero dice: “Il bel giovane che vedi, era tra i naufraghi, e se non fosse alquanto sfigurato dal dolore che è il verme roditore della bellezza, potresti dirlo una bella persona. Ha perduto i suoi compagni e va errando in cerca di loro.”

Il dolore è il verme roditore della bellezza, mi tornava spesso in testa questa frase durante la visione dello spettacolo. Complici anche le luci agghiaccianti di Cesare Accetta, che si riflettono su questa passerella che si fa strada tra gli spettatori in platea, tutto questo è riscontrabile nel racconto morale di Borrelli, messo in scena egregiamente e supportato da un preziosissimo gruppo attoriale che dà corpo, anima e tono ad un testo, originariamente di 15000 versi, ridotto di un terzo per l’occasione.

Chiudono il cerchio le musiche del fedelissimo Antonio Della Ragione, eseguite dal vivo, che intervengono nello spettacolo fondendo il popolare e il colto in un mèlange sonoro che funge da “voce narrante” e da ulteriore significante.

 

 

La cupa. Fabbula di un omo che divinne un albero
versi, canti, drammaturgia e regia
 Mimmo Borrelli
con Maurizio Azzurro, Dario Barbato, Mimmo Borrelli, Gaetano Colella, Veronica D’Elia, Renato De Simone, Gennaro Di Colandrea, Paolo Fabozzo, Marianna Fontana, Enzo Gaito, Geremia Longobardo, Stefano Miglio, Autilia Ranieri
scene Luigi Ferrigno
costumi Enzo Pirozzi
disegno luci Cesare Accetta
musiche, ambientazioni sonore composte ed eseguite dal vivo da Antonio Della Ragione
assistente ai costumi Irene De Caprio
assistente alle scene Sara Palmieri
trucco Sveva Viesti
foto di scena Marco Ghidelli
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale
durata 3h
lingua cappellese, bacolese, montese, italiano, napoletano

Napoli, Teatro San Ferdinando, 10 aprile 2018

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