Vangelo: Jesus Christ Superstar, Rolling Stones e Pippo Delbono

Vangelo

Jesus Christ, Jesus Christ, who are you? What have you sacrificed? Jesus Christ Superstar, do you think you’re what they say you are? Invocazione o interrogazione, Pippo Delbono  nel suo spettacolo Vangelo, in scena al Teatro Bellini di Napoli dal 31 ottobre al 5 Novembre 2017, lancia danzante al pubblico in sala l’ardua interpretazione.

Questo e molti altri quesiti vengono attraversati nella personale interpretazione dell’artista del messaggio d’amore contenuto nel Vangelo, qui intesto nel senso di annunzio, buona notizia, poiché è soltanto nella ricerca di significati altri che è possibile risalire al significato reale della parola amore. Usurpata, abusata ed adattata a contesti molteplici, il termine è nel nostro tempo ormai svuotato di ogni contenuto, finendo con l’adattarsi alla mera circostanza: amore è talvolta un momento, talvolta una tendenza o una moda, talvolta però è qualcosa di più profondo. È a questa ricerca che si orienta lo spettacolo dell’artista e regista ligure.

Vangelo nasce da una richiesta fatta dalla madre di Delbono pochi giorni prima di morire, così come indicato nelle note di regia: “Perché Pippo non fai uno spettacolo sul Vangelo? Così dai un messaggio d’amore. Ce n’è così tanto bisogno in questi tempi”.  Il viaggio intrapreso da Delbono è un viaggio fatto di volti, immagini, suoni e parole in cui il Vangelo, scevro di ogni attaccamento alla visione indotta dalla morale, diviene un fondamento di sostanza, in cui la semplicità del messaggio diviene è mezzo d’amore.

Il messaggio è un messaggio d’amore soltanto in questi termini: spogliato dei suffissi diventa qualcosa di più grande di noi, in grado di abbracciare l’intero universo. Un universo fatto di carne, di spirito e di libertà. La libertà, personale, artistica, emotiva, è il più importante contraltare della morale cattolica. Soltanto se si è liberi nello spirito è possibile identificarsi con un progetto ampio. Libertà ed amore sono i due lati di una stessa medaglia che nella contrapposizione tra il bene ed il male, tra Gesù e Barabba, tra i baci scambiati da due amanti sul fondo del palcoscenico e le suore che ancheggiano dinnanzi ad un tavolo coperto da pistole trova il suo equilibrio. La sovversione e la contrapposizione delle immagini sono tratti da un’esperienza personale del regista quando per una malattia agli occhi, inchiodato in un letto d’ospedale, vedeva doppio. Il tentativo di mettere a fuoco un crocifisso appeso al muro è l’immagine ricorrente della sua memoria consegnata al pubblico dai filmati di quei giorni che sono proiettati sul fondo.

Lo spazio scenico è sgombro di ogni oggetto affinché lo spettatore possa essere trasportato dalle immagini, dalla parola e dalle musiche di Enzo Avitabile che, alla stregua del percorso pensato dal regista, spaziano attraverso  sonorità diverse dal sacro al profano, da Tu sei l’unica donna per me di Alan Sorrenti a Simpathy for the devil di The Rolling Stones. Lo spettatore viene rimbalzato all’interno di un mondo parallelo, simbolico ed evocativo fatto di uomini e di donne ancorati al presente. È  in questa connotazione che ritroviamo la sintesi di una ricerca teatrale che è il tratto distintivo di Delbono: l’arte che si esprime attraverso il corpo degli attori della compagnia che da oltre un ventennio lo accompagnano. Questi artisti sono per il regista l’esatta rappresentazione dell’essere attori: sono anime presenti, a loro stessi, al mondo, e quindi le uniche in grado di essere reali, vere. Ritroviamo Pepe Robledo, Gianluca Ballarè, il piccolo grande Bobò, l’ex clochard Nelson Lariccia ed il migrante afgano Safi Zakria che dal pubblico si leva per raccontare la sua storia di sopravvissuto alla traversata che tra Grecia e Turchia ha inghiottito tanti suoi amici. Loro sono i volti di Cristo nel mondo, i volti provati, tristi, piegati, di questo grande atto di fede del teatro che. improntato alla verità, non può rappresentarsi in altri modi.

Come sempre racconti privati e testi noti si mescolano nella drammaturgia fisica, ed in questo caso anche musicale, a cui il regista ligure ci ha  abituati e che in assenza della struttura e della linearità che spesso caratterizza il teatro si prefigge di essere libero. Libertà come base dell’amore e della spiritualità. Il messaggio è semplice e forte allo stesso tempo: siamo tutti profughi dell’anima. Tuttavia talvolta si perde nelle pieghe evocative personali che, rimarcando quanto già detto, lasciano da parte un’urgenza impellente di confronto.

 

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