Carullo-Minasi: bella sarebbe una “dittatura del teatro”, lì dove il teatro è ovunque

Ccarullo-Minasi

Ph. Gianmarco Vetrano

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi esordiscono insieme, in qualità di autori, registi e interpreti, con lo spettacolo Due passi sono del 2011, che conquista il Premio Scenario per Ustica 2011, il Premio In Box 2012 e il Premio Internazionale Teresa Pomodoro 2013. Tra gli spettacoli ricordiamo Conferenza tragicheffimera – sui concetti ingannevoli dell’arte, T/Empio, critica della ragion giusta,  Trilogia dedicata al tema del Limite, De revolutionibus -sulla miseria del genere umano, Delirio Bizzarro.

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?
Se da qualche segnale vogliamo partire, è la crisi stessa che dobbiamo rivalutare: il teatro, per sua natura, non può che nutrirsi di crisi. Bisogna tornare a impossessarsi delle parole: la parola “crisi”, infatti, analizzata e ritrovata dal punto di vista della sua etimologia greca -soprattutto nella sua sfaccettatura medica- altro non è che “l’improvviso cambiamento in bene o in male nel corpo di una malattia da cui si decide la guarigione o la morte”. In questa riappropriazione di senso v’è una straordinaria metafora da dedicare al teatro anzi, meglio, al ruolo dello spettatore e alla crisi, sincera ed intima, che non deve smettere d’avere il diritto di vivere.
Una cultura della quiete, invece, quella italiana che piuttosto e non a caso agisce nei settori più preziosi e che mira, con estrema dedizione e scorrettezza, a negare ogni crisi. La politica delle scelte rassicuranti, ma raccapriccianti, perché mostruosamente volte ad omologare anime e coscienze, per una sotto-cultura dell’acriticità che porti alla perdita d’ogni esclusività personale e collettiva.
Negare la crisi determina l’annientamento d’ogni pensiero per le nuove generazioni che non avranno gli strumenti della creazione quanto, piuttosto, della mera imitazione. La minaccia della crisi deve essere vissuta come necessaria per la costruzione d’identità e di conseguente opportunità. Il Teatro è una minaccia e come tale è sempre stato vissuto dalla politica, per questo bisognerebbe svincolarlo dalla stessa.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?
Aggiungiamo a quanto già sopra espresso in materia di crisi necessaria un estratto da “Il Teatro della Morte” di T. Kantor:
“Sempre, quasi in ogni epoca, ci si è lamentati e si è detto che la cultura stava morendo.
Le stesse preoccupazioni hanno toccato anche l’arte.
Per la maggior parte queste prognosi non si sono verificate. Erano sbagliate?
Erano motivate dai sintomi della decadenza?
O forse è nell’arte implicita fin dall’inizio una condanna,
una certa condizione tanto fragile e lontana dal più felice benessere
da avvicinarsi alla malattia inguaribile
o piuttosto (e più precisamente)
alla nostalgia
della condizione
sconosciuta,
non ancora “scoperta”,
accessibile soltanto attraverso la porta
che si chiama morte.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?
Il teatro ha per sua natura intrinseca una funzione sociale. Suona tautologica l’espressione “teatro sociale”, alla parola teatro dovrebbe seguire l’azione del teatro e non piuttosto una parola che ne sostituisca la sua funzione.
Il teatro è un pericolo da correre per soddisfare la necessità del dubbio.

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?
Crediamo nel rinnovamento, solo se del “rinnovamento” manteniamo il significato del “prolungare la validità, la necessità” un po’ come la tradizione e il tradimento insito alla stessa. Non amiamo i “modelli culturali”, li riteniamo dannosi, la peggiore espressione la si è avuta con la televisione degli anni 80/90. Più che “modelli culturali” bisognerebbe mettere in discussione -anche attraverso il teatro- ogni convinzione, ogni pre/giudizio, promuovere la felice messa in dubbio d’ogni nostra certezza, vero atto politico democratico.

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?
Crediamo che lo sostenga abbastanza e, in certe circostanze, anche con somme molto importanti che mai bisogna dimenticare provenire dalla fatica del lavoro dei contribuenti. Del teatro però, come degli ospedali e delle scuole, ne devono beneficiare non tanto i professionisti dell’arte, che riteniamo essere solo lo strumento al servizio, ma la comunità degli spettatori tutta … e allora sì, con molta probabilità, ne beneficiano in pochi.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.
Necessità ed Etica.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?
Assolutamente sì, noi dalla nostra lo abbiamo fatto e lo continueremo a fare. Destiniamo grande attenzione alla drammaturgia originale, ma nel frattempo non abbiamo mai dimenticato di giocare ed imparare dai grandi Maestri tra cui Platone, Leopardi e Pirandello, ritenendolo un atto di vera sfida e responsabilità. Nella nostra esperienza rapportarsi ai classici rappresenta una fondamentale fase di crescita: affidandoci all’infinita potenza di tali Maestri del passato, abbiamo riconosciuto l’ineguagliabile e sempre viva forza di chi intorno all’umanità si è interrogato, senza dare risposte univoche, ma che del paradosso e della “drammaticità” dell’esistere ne hanno fatto poesia.
Ci specchiamo e impariamo dalle “doppie” parole dello Zibaldone: “Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto che il potere l’uomo comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza”.
La scelta dei direttori è chiaramente determinante. Le scelte sono tutte determinanti perché portano il rischio di cui si fanno portatrici.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?
La domanda è chiaramente riferita alla giusta polemica legata alla scelta di determinati artisti al cospetto di altri, a dinamiche di potere che annientano le piccole realtà e, rispetto alla questione, crediamo che la correttezza di un sistema stia nel far accuratamente caso ad un’uguaglianza di carattere non meramente formale, ma sostanziale.
Gli artisti saranno tutti messi nelle concrete condizioni di esercitare la propria arte, solo tenendo seriamente in considerazione le differenze, le distanze e le difficoltà esclusive per ciascuno, altrimenti incorrendo di continuo in sperequazioni di ogni genere e grado. Ma, concedeteci una seconda risposta, quanto bella sarebbe una “dittatura del teatro” lì dove il teatro è ovunque, in tutte le sue forme, nei suoi mille generi e colori: negli stabili, nelle case, nelle piazze, nei cortili, nelle scuole, servito a pranzo, a merenda, a cena fino all’indigestione.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?
Abbiamo risposto con la prima domanda, dunque non riconoscendo se non un teatro della crisi. Ciò nonostante aggiungiamo che tanto ci piace l’idea di un teatro quale assemblea che non distingue tra artisti, organizzatori, tecnici, spettatori e critici, così determinando la comunità del teatro, unica piazza di civiltà, assemblea democratica di comunicazione (cum-munis) quale condivisione di doni reciproci.

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?
Come sopra accennato, il teatro è l’insieme delle sue parti.  Non immaginiamo un teatro senza un investimento corretto e consapevole delle risorse a foraggiamento di tutte le sue componenti, cui è da richiedere preparazione, consapevolezza e responsabilità senza distinzione alcuna. Chiediamo però al pubblico di reclamare l’importanza del teatro, chiedendo la medesima attenzione e intransigenza che è solito chiedere ad un chirurgo nel non tagliare un pezzo al posto di un altro. Il pubblico spesso esce scontento da teatro e non se ne cruccia poi così tanto, abituato alla rinuncia della bellezza, senza comprendere quanto male a lui faccia quella ferita all’anima. Quella del teatro non deve essere la battaglia degli artisti, che solo guerreggiano tra loro, abbandonati alla miseria delle poche risorse a loro destinate, ma vera e propria guerra di una società che reclama il diritto al pensiero, all’anima, al cuore.

Extra: Prima di salutarvi, ringraziandovi per la collaborazione, vi chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua/vostra missione teatrale? Come immaginate la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?
La nostra missione è quella di mantenere sempre fermi gli estremi dell’urgenza, rimanere sempre onesti e vitali in una ricerca ininterrotta che possa dimostrarsi utile a chi ci dedica il suo tempo e il suo sguardo.
Non immaginiamo la situazione culturale tra qualche anno, ma tentiamo di partecipare al suo miglioramento, perché non involva dentro sé. Siamo tutti necessari, attori e demiurghi di un teatro necessario.

Concludiamo riflettendo ancora su un passo di Dario Evola in “Necessità di un’aporia”, che fu fondamentale per il nostro esordio e che ancora teniamo presente per resistere:
“Ricordo un episodio tragicamente drammatico, come tanti tra quelli che hanno segnato la storia della Polonia e del nostro Novecento, con l’inizio della seconda guerra mondiale: la cavalleria polacca, ormai formata non solo da professionisti, anche se ancora dominata da una logica nobile, quasi medievale, si lancia con le lance contro i carri armati nazisti, contro questa grande macchina perfetta, dura, metallica. Dal punto di vista strategico l’impresa è folle, un’azione giudicata dagli storici come sbagliata, delirante, ma che aveva invece una sua profonda logica; una necessità poetica, se posso usare questo termine, nella logica della guerra”.

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