Astarte, l’ultima opera di Andrea Pazienza

cover-Astarte

“Una notte, mi apparve in sogno un cane nero, orbo, così brutto che mi svegliai.

Notti dopo, in un altro sogno, stavo per affogare. L’enorme cane apparve e mi salvò.”

Così si apre Astarte, l’ultimo fumetto di Andrea Pazienza.

Astarte è un lavoro rimasto incompiuto – ma, nella sua incompiutezza, riesce a rivelare una delicatezza e una sensibilità eccezionali, unici anche nel panorama dell’arte di Pazienza.

Roberto Saviano, nella splendida prefazione, scrive che “forse proprio nella sua incompiutezza, c’è la possibilità di una storia non realizzata”. Ed è impossibile non amare una storia che resta aperta, potenziale, egoisticamente a nostra disposizione. È come guardare un affresco non finito e immaginare le parti mancanti, come leggere un’antica poesia i cui versi sono stati quasi tutti perduti e tentare di cantare quelle parole smarrite: una sensazione al contempo di rimpianto e meraviglia.

La Fandango Libri l’ha pubblicato in una meravigliosa veste grafica, con delle tavole che riescono a mostrare la bellezza dei tratti e che consentono di immergersi totalmente nella narrazione.

Astarte è un cane, uno dei cani di Annibale, un molosso. Capo dei cani da guerra”, si definisce lui. La sua storia è narrata in prima persona, nel sogno di un uomo (che, da iniziale protagonista, diventa spettatore).

Quella di Astarte con Annibale è una amicizia reale, fortissima. Viene addestrato per la battaglia, e combattere gli piace. C’è rispetto, tra loro.

 “Sono stato un grande cane, quando le sorti del mondo erano nelle mani di grandi uomini”

Assieme a lui combatte suo fratello Baal, cane bianco, e la loro è una storia che procede per binari paralleli.

Salvati dallo sterminio di una cucciolata, verranno addestrati allo stesso modo e dalle stesse persone. Combatteranno le stesse battaglie. La loro storia si confonde con la Storia, quella grande e  universale che ci riguarda tutti. E pare proprio di entrare nella Storia, mentre guardiamo quei campi polverosi e quelle grandi gesta, i preparativi. Un racconto che sarebbe stato benissimo in un antico testo epico.

La battaglia è, ovviamente, quella contro l’Impero Romano.

Paz fa in tempo a raccontarci soltanto il primo scontro. Ma questo basta.

Astarte, in quel conflitto, nasce forse per la prima volta.

Capisce per la prima volta che cosa sia la paura quando si trova davanti a un cane romano immenso, poderoso, furioso. Per la prima volta, si trova davanti a qualcosa che avrebbe potuto ucciderlo.

Che avrebbe potuto, ma non lo fa.

Magari per caso, magari per scelta.

E capisce forse, in quella guerra, per la prima volta, anche la pietà.

“Dal buio più profondo nascerà il sole”

Impossibile, credo, non vedere in Astarte qualcosa di Andrea Pazienza. Non vedere qualcosa di lui in quel cane amante degli elefanti, destinato alla sconfitta, in quel cane che lotta e ansima e sente tutto, ma sa di dover morire.

In quel cane che si trova faccia a faccia con il terrore.

In quel cane pieno di rabbia.

In quel cane che, nell’ultima vignetta (Astarte è un lavoro rimasto incompiuto – ma, nella sua incompiutezza, ha il finale più perfetto che si possa immaginare per un addio), in mezzo al sangue, alle battaglie e alla sofferenza, in mezzo alla paura, alla lotta e alla stanchezza, ignorando il delirio del mondo, appoggia il muso sulla zampa di suo fratello Baal. E si addormenta.

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