Match Point: recensione del film di Woody Allen

Avevamo ragione. Allen dopo New York (non più filmabile). Con le escrescenze dolorose dell’11 settembre 2001, con la guerra e la politica alle spalle (per Allen), occorre un altro luogo da vedere, un altro spazio dove lasciar muovere le pedine-personaggi. Ed ecco che Londra appare come altra fonte d’ispirazione possibile. Ma solo di fronte ad occhi poco attenti, occhi superficiali che si bevono il pretesto della storia per scorgere quello che non c’è in questo Match Point (insulsaggini sulla borghesia ricca, l’avidità di turno, l’arrivismo, ecc.).
Proviamo a dimostrarlo? Semplicissimo. Riprendo un brano della mia recensione su Anything Else: “Allen fonda quest’opera su due fondamentali concetti: il primo è abbastanza consueto nella sua filmografia, vale a dire il sesso e i conseguenti rapporti umani. Il secondo è il senso di giustizia che diventa sempre più acre e ristretto. Sembra proprio che i sentimenti d’angoscia, di paura, attanaglino i personaggi per stritolarli. Lo slancio vitale è paradossalmente felice e doloroso al contempo. Felice nel momento della scoperta, come la gioia dell’innamoramento, o l’amicizia; tormentosa è invece la scoperta di un’altra dimensione del dolore, persistente ed ineliminabile. Allen comunica questo estremo pessimismo dell’attesa inesistente e quindi del futuro spezzato. Gli orizzonti narrativi, oltre che bloccati da innumerevoli gag e battute tipo, sono caratterizzati da una ripetizione sempre più sfiancante. Il cinema di Allen gira sempre più vorticosamente tra ego ed alter ego (uno o più). Mentre la donna, la femminilità in generale rimane un mistero. (…) Forse con l’11 settembre 2001 molti immaginari del cinema americano sembrano sopraffatti dalla paura di guardare (oltre). Allen non ci riesce, non c’è neanche una panoramica in Anything Else. Ed anche il titolo comunica questa vacuità: “nient’altro” (da filmare).”

Giustizia e sesso ritornano entrambi, con tutti i loro aspetti controversi. È il sesso a subire qualche sostanziale modifica. Certo, la seconda parte di Match Point sembra rubata a Chabrol. Ma la differenza di stile è questa: Chabrol non la mena tanto a lungo con la filosofia del caso: i fatti narrati, la scena, sono lì a dirci tutto. Allen invece, con l’odiosa voce fuori campo, si rivolge allo spettatore con riflessioni da scuola elementare: la palla da tennis può cadere oltre la rete, oppure no, al di qua della rete. E tutto naturalmente può cambiare di conseguenza. Accipicchia che riflessioni. Roba da spremersi le meningi.
Il caro vecchio Allen è stato ed è tuttora uno dei più formidabili registi, insuperabile per la maestria con cui dirige gli attori. Ciò è dimostrato dalla corporalità “delirante” di Match Point, tourbillon di carne, sangue, umori, prospettiva che è il punto di forza del film perché automaticamente si traduce nella scrittura di sequenze vertiginose come l’accoppiamento selvaggio immerso nella vegetazione o il voyeurismo esasperato carico di erotica libidine. Un Allen “nuovo”? Dunque sì, laddove ha il coraggio di girare una scena di sesso senza paranoie intellettuali o ansie da performance. I corpi dei personaggi diventano carne sensuale dalla testa ai piedi. Non si era mai visto in un film di Allen un approccio tra i due sessi così diretto e spinto, non dalle parole, ma soltanto dalla prossemica dei corpi, dai centimetri di un seno, o dal turgore delle labbra. E Scarlett Johansson rimarrà a lungo nella memoria di donna fallica, infine “matata”, dall’ennesima brutalità del maschio. Se ne può fare anche un discorso psicanalitico, ma a tempo perso… Match Point è un film seducente per la sua disarmante brutalità e violenza. Senza moralismi, Allen è vicinissimo a Chabrol: per la dimensione quotidiana, casalinga, di tutte le violenze, sbattuta in faccia allo spettatore, senza tanti complimenti; la palla da tennis non c’entra…

Articolo di Andrea Caramanna (reVision)

Manfredi

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