Caduto fuori dal tempo, un coro di voci spezzate diretto da David Grossman

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Caduto fuori dal tempo di David Grossman, grandissimo scrittore israeliano, mi ha inseguita a lungo.

Mi ha chiamata.

Da anni ero tentata di leggerlo. Per la precisione da cinque anni, quando mi capitò sotto gli occhi di sfuggita, in una libreria vicino al mio liceo – libreria che avrebbe chiuso per sempre poco dopo, impedendomi di portare a casa quella copia. Mi colpì subito la copertina: una spiaggia in bianco e nero, coperta di nubi. Un luogo senza tempo, una tragedia forse avvenuta o che deve avvenire. E il titolo, Caduto fuori dal tempo. Come descrivere meglio un incidente, da qualche parte, in un dato momento.

Da tempo volevo leggere questo libro, ma ne avevo paura. Aprendolo velocemente, mi ero resa conto che era scritto in poesia, in prosa, in prosimetro. A più voci. Come un testo teatrale, ma del teatro antico. Come una tragedia greca, corale.

Sapevo che avrebbe fatto male.

Poi, un giorno, mi sono seduta e, in un attimo, l’ho letto. Non si riesce a leggerlo in molto tempo, si sente un’urgenza strana di finirlo, di chiudere per sempre quelle pagine e liberare i personaggi dal loro profondissimo dolore. L’ho letto in un attimo. E mi ha svuotata.

È la storia di un uomo che perde un figlio. È la storia di tante famiglie che perdono un figlio. È la storia di come sia difficile trovare parole per la morte, per la scomparsa. Qualcuno cade fuori dal tempo, all’improvviso, una persona amata. Non esiste più.

E sembra di cadere con lei, ma non si cade.

Sembra che il cuore per sempre debba fermarsi, ma non si ferma.

Loro non ci sono: noi siamo condannati a restare. E la verità è che non vorremmo, che un mondo senza di loro non ha senso. Senza di loro, non ne vale la pena.

È andato laggiù, si dice. Laggiù dove? Dov’è laggiù?

Un padre si mette in testa di arrivarci. Per quanto folle, più insopportabile è l’idea che un laggiù non ci sia, che tutto scompaia e scivoli via come da una mano che non trattiene più nulla. Più insopportabile è l’idea che tutto, a un certo punto, sia nero vuoto.

“Un padre non sopravviverà al figlio,

questa è una regola.

Eppure accade, e il padre si fa “grumo di lignite (altrimenti detto: polvere)“.

Eppure accade, e noi siamo condannati a restare.

Caduto fuori dal tempo è la storia di ricordi che lacerano. Piccoli gesti quotidiani che si portano dietro un mondo. Soprannomi che non si possono più pronunciare senza ritrovarsi con gli occhi lucidi. Oggetti che parlano di carenze e sbagli a cui non è più possibile porre rimedio.

È la storia di David Grossman, che ha perso un figlio in guerra. È il canto sofferente di tutti quelli che sono morti già in vita. Che non sanno come andare avanti. Che non sanno rinascere.

È però soprattutto la storia di come la scrittura possa salvarci.

Di come, nella tragedia, la letteratura possa tendere una mano, afferrarci, tirarci su.

Di come la scrittura sia catarsi, le parole una cura.

“Ma se non scriverò non capirò. […] È così che vanno le cose per me, impiegatuccio, sono fatto così. Non riesco a capire qualcosa finché non la scrivo. […] Quella cosa figlia di puttana che è successa a me e a mio figlio, sì, devo amalgamarla in un racconto, devo. Con una trama, e immaginazione! E visioni e libertà e sogni! Che bruci! Una pentola in ebollizione! […] Solo così posso in qualche modo avvicinarmi a quella cosa maledetta senza morire”

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