Kohlhaas di Marco Baliani e l’Italia renziana a confronto

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Il basso e l’alto a Napoli: al Teatro San Carlo il premier Renzi, la società marcia e impettita e le forze dell’ordine in tenuta antisommossa mentre, invece, al Giardino Storico del Complesso di San Nicola da Tolentino, Michele Kohlhaas, simbolo della ribellione ai soprusi del potere, che prende vita grazie alla bravura e alla capacità affabulatoria di Marco Baliani. È il 12 settembre dell’anno 2016.

Una strana coincidenza, emblematica, che mette naturalmente in parallelo la rivolta dell’allevatore di cavalli brandeburghese del Cinquecento, che ha subito il furto dei suoi due morelli ad opera dello juncker Von Tronka, con l’insofferenza di coloro che hanno contestato il premier Renzi fuori dal Teatro San Carlo. Merito della partitura kleistiana, che ancora oggi riesce a sollevare un importante interrogativo politico: quale sentimento di ingiustizia può trasformare un cittadino perbene in un terrorista?

Il testo di Kleist, nonostante sia datato 1810, è, infatti, più che mai attuale e, partendo da una serie di eventi realmente accaduti tra il 1532 e il 1540, riflette sul senso della legge e sul conflitto tra parti sociali incentrando tutta la narrazione sulla figura ambigua di Kohlhaas (è veramente consapevole di quel che sta facendo?). Marco Baliani e Remo Rostagno, invece, nella loro riscrittura drammaturgica, si concentrano sulla narrazione dell’evento, sul protagonista e sul senso consapevole della lotta. Quindi attribuiscono una valenza politica alle azioni di Kohlhaas, soprattutto nel quadro finale, a differenza, invece, di Kleist che lo fa apparire confuso, probabilmente inconsapevole di quel che gli sta accadendo, una sorta di giardiniere Chance ante litteram.

Baliani, quindi, tradisce il testo letterario per raccontare il suo Kohlhaas, non il commerciante di cavalli con la mente ferma ai suoi due morelli, insensibile anche alla morte della moglie, ma l’uomo ostinato, desideroso di giustizia e di vendetta. Per raccontarlo, Baliani carica di espressività la sua voce, regolando alti e bassi per dare tensione narrativa al testo e ritmando il monologo con rumori. Senza mai alzarsi dalla sedia posta al centro del palcoscenico. Un teatro che, nel 1990, riconvertì, infatti, lo spazio scenico unicamente in funzione di un corpo scenico e narrante. Un corpo che ha un’importante e universale funzione comunicativa, da usare per dare colore alla narrazione di una vicenda.

Fu, per dirla in breve, una piccola rivoluzione che trascese la forma e il merito di Efestoval è di aver riproposto a Napoli uno spettacolo fondamentale nella storia del teatro italiano all’interno di una scenografia d’eccezione, che ha concesso largo spazio all’immaginazione.

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