Alcune riflessioni sullo stato del jazz in Italia

Foto by Fabio Bertolini @ Jam Festival 2016

Foto by Fabio Bertolini @ Jam Festival 2016

Vorrei iniziare la collaborazione con questo blog condividendo alcune riflessioni riguardo “lo stato dell’arte” del jazz in Italia percorrendo le condizioni anche strutturali che ne stanno determinando le sorti. Considerazioni sicuramente parziali e non esaustive che nascono dal mio impegno di questi anni come musicista e autore, ma anche come direttore artistico e organizzatore, che mi consentono di essere osservatore partecipe del mondo del jazz italiano da diverse angolazioni.

Il jazz, per chi non lo sapesse, sviluppatosi lo scorso secolo negli Stati Uniti, ha trovato nel dopoguerra specialmente in Europa un terreno estremamente fertile che ha generato numerosi festival, rassegne, scuole, ecc.
Considerato generalmente rivolto a un ristretto pubblico di appassionati ha comunque trovato diffusione pressoché ovunque (l’oriente la Cina in particolare sembra essere l’ultima terra di conquista) creando non solo un pubblico ma anche una collettività di artisti che in molti paesi possiedono e interpretano questo linguaggio.

Venendo al quotidiano italico chi frequenta il mondo del jazz, anche dal punto di vista dei social network, avrà avuto modo di osservare recentemente animate, a volte cruente e talvolta divertenti polemiche tanto da lasciar perplesso qualche osservatore esterno (“ma quanto litigano questi jazzisti!”): jazz bianco e jazz nero,  jazz europeo e non, il bando speciale del Fus, l’evento del Jazz Italiano per l’Aquila, la presenza di star del pop nei cartelloni di importanti festival italiani.. E chi più ne ha più ne metta! Il tutto caratterizzato da quella schiettezza e rudezza che deriva dall’essere il jazz diventato musica istituzionale in tempi recenti, quindi poco avvezzo al politically correct, e legato come è ovvio alla lingua inglese che di forme di cortesia non ne prevede, insomma un ambiente dove ci si dà del tu.

Questi fenomeni manifestano la passione e la frustrazione di un movimento che in qualche modo è percepito o si auto percepisce come marginale e irrilevante in un panorama culturale, sociale ed economico comunque complesso com’è quello italiano di oggi.

E qui nasce la prima importante domanda: quali sono i numeri del jazz in Italia oggi?

Difficile dirlo con certezza visto che non è mai stato fatto un sondaggio o una ricerca professionale in tal senso, o se è stata fatta non è mai stata divulgata a dovere.
I numeri che si possono raccogliere attraverso la Siae e il Miur, concerti e studenti per capirci, non possono che essere parziali rispetto a un movimento che non ha sempre avuto legami con le istituzioni e più spesso ha tratto spunto dall’iniziativa di singoli privati che poi eventualmente hanno trovato sostegno nel pubblico.
Se da un lato poi editori e organizzatori lamentano che i dischi di jazz non si vendono più (ma se ne sono mai venduti molti?) e il pubblico non è più numeroso come in passato (idem) dall’altro di festival, rassegne e iniziative legate al jazz ce ne sono in gran quantità distribuite in tutta la penisola isole comprese, ai dipartimenti di jazz dei conservatori le domande di ammissione non mancano e le uscite discografiche continuano a essere copiose.

Di fronte a questi dati contraddittori una risposta potrebbe arrivare da due realtà associative: I-Jazz, che riunisce molti dei più importanti festival di jazz italiani e ha realizzato da poco un portale dedicato al jazz italiano proprio con il contributo del Fus, e il Midj , l’associazione dei Musicisti Italiani di Jazz, nata tre anni fa a testimonianza di un bisogno di rappresentanza percepito da molti artisti che riunisce al momento qualche centinaio di artisti da tutto il paese.
C’è da augurarsi che queste due associazioni possano contribuire a compiere un censimento e monitorare la situazione e l’evoluzione dello stato dell’arte perché, come è ovvio, se non si conosce la malattia (sempre che di una patologia effettivamente si tratti) difficile sarà trovarne la cura.

Se la situazione sul campo è confusa e contraddittoria ma dinamica, intorno al campo sicuramente non c’è di che rallegrarsi. La pubblicistica del settore naviga in pessime acque e al di là della passione, dedizione e competenza di alcuni singoli editori, giornalisti e musicologi, il jazz sembra non essere in grado di scalfire i grandi media (eccezion fatta va detto per Rai Radio Tre) e avere una visibilità paragonabile a quella di altri eventi culturali. In questa tendenza non si può non tener conto della crisi più complessiva dell’editoria tradizionale e sarebbe auspicabile che alcuni dei sopra citati fossero capaci di trasferire sul web con progettualità solide quelle competenze e professionalità che faticano ad aver riscontro nel cartaceo o sui grandi media.

Altro tasto dolente è l’educazione musicale in ambito scolastico, un capitolo troppo vasto da affrontare ora, ma è ovvio che senza una diffusione completa e adeguata della musica fin da piccoli non si va a formare il pubblico del domani perché non si consentono di conoscere in giovane età quei codici che permettono l’interpretazione di un qualunque linguaggio musicale dotato di una complessità superiore al “giro di do”. La comprensione della musica, ormai è un dato scientificamente assodato, è un fattore sociale e culturale, non innato.

L’ultimo punto, ovviamente il più appassionante, è quello della musica suonata, dei creativi e dei professionisti che percorrono in lungo e in largo la penisola per fare ascoltare al pubblico la loro musica e renderlo partecipe di un evento, di idee, delle loro emozioni.
Il jazz è lontano oggi dai periodi d’oro, questi si lo erano, in cui negli Stati Uniti era una musica pop, da ballo, simbolo di una generazione e nella quale si identificava realmente una comunità e una società, non per questo priva di contraddizioni (di ceto e di razza soprattutto) e che non permetteva comunque condizioni di vita agiate per tutti i musicisti soprattutto agli artisti di colore.
Oggi il jazz è diventato senza dubbio un linguaggio globale, di cui si sono impossessati artisti da tutto il mondo e che viene ascoltato un po’ ovunque. Molte sono le influenze di cui è pervaso in una varietà di colori che va da quelle pop e commerciali a quelle della musica di ricerca, passando per la classica, il folk, l’elettronica e molto altro.
Questo variopinto mondo è rappresentato in Italia in primis da artisti statunitensi in tour, dalle vecchie generazioni del jazz più tradizionale a quelle più recenti, sempre molto interessanti, che continuano a proporre una musica di notevole qualità esecutiva e in molti casi anche progettualmente affascinante.
Dei moltissimi musicisti italiani solo alcuni hanno raggiunto una fama e notorietà tale da poter rivaleggiare al botteghino con i nomi stranieri a dispetto di una base diffusa di artisti italiani creativi e originali che per alcune delle ragioni sopra citate stentano a raggiungere condizioni di lavoro dignitose e quindi a sviluppare progettualità consistenti e si dedicano ad altre attività a latere di quella concertistica, in primis l’insegnamento.
A questi possiamo aggiungere sempre più spesso in tour nel nostro paese gli artisti di altri paesi soprattutto europei che, a dispetto dei nostri, trovano istituzioni lungimiranti che contribuiscono a finanziarne le attività all’estero, istituzioni convinte che come si sostengono e promuovono prodotti alimentari, turistici, etc. sia vanto di una nazione mostrare ed esportare le proprie eccellenze culturali.
Insomma nemo profeta in patria e pure senza risorse per espatriare..

In conclusione la situazione italiana, a mio modesto parere, andrebbe innanzitutto misurata, censita per poi individuare le soluzioni più adatte. Credo che scopriremmo così problematiche di tipo strutturale (finanziamenti, comunicazione, siae, sistema previdenziale) piuttosto che culturale.

La speranza è che gli attori importanti che si stanno riunendo nelle realtà associative, Midj e I-jazz sappiano esserne consapevoli e capaci di iniziative e proposte che vadano a incidere sul medio-lungo periodo piuttosto che tamponare falle momentanee, e riunire e sviluppare il sistema tutto del jazz italiano che vede coinvolte in un’unica indissolubile rete artisti, manager, promoter, giornalisti, pubblico, editori.

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