Zinc, l’omaggio a Nekrosius del Napoli Teatro Festival

La dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival si apre con un omaggio ad Eimuntas Nekrošius, regista lituano recentemente scomparso, che aveva condotto, nelle edizioni del 2017 e del 2018, il laboratorio “Theatre Bridges”. Lo spettacolo, Zinc, presentato a Napoli dalla sua compagnia, ha visto il suo debutto nel teatro di Vilnius, dove il regista aveva cominciato la sua carriera.

Come tutti i lavori di Nekrosius, anche Zinc parte da un modello letterario, anzi due: Ragazzi di zinco e Preghiera per Černobyl di Svetlana Aleksievič, scrittrice bielorussa, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2015. “Zinc” si riferisce allo zinco, con cui erano fatte le casse da morto che trasportavano le vittime di guerra ma, nella seconda parte, capiamo che anche le bare, che contenevano i corpi delle vittime di Chernobyl, erano fatte dello stesso elemento chimico. Lo mostra anche una serie di recente creazione, Chernobyl, che riprende un episodio, mostrato anche da Nekrosius, che vede protagonisti Lyudmilla e Vasily, un pompiere che fu avvelenato dalle radiazioni dopo essere stato alla centrale. Lyudmilla, incinta, va a trovare il marito in ospedale ma mente al radiologo pur di vederlo per l’ultima volta. Ritorna tutti i giorni e lo vede cambiare repentinamente fino a toccare con mano la sua morte. Quel che non racconta lo spettacolo – che dà solo una suggestione forte allo spettatore – è che il figlio partorito dalla donna morì dopo quattro ore.

Ecco, è il pregio e il difetto di questo spettacolo-omaggio che compara due testi importanti della Aleksievic per offrire un dramma per immagini, fatto di testimonianze dirette, di sentimenti e di traumi. Uno spettacolo corale, tratto da “romanzi di voci”, come amava definire i suoi libri la Aleksievic, lentissimo, con parecchie lungaggini e una prima parte confusionaria. Per contro, il secondo atto colpisce, sin da subito, lo spettatore con immagini forti (la scrittrice legata alla sedia e minacciata) e con quella dose di ironia che il regista lituano ha sempre avuto nei suoi spettacoli. Da una parte le voci di chi ha vissuto l’inferno dell’Afghanistan, un “Vietnam russo” che ha creato tante pedine nelle mani dello Stato e, dall’altra, le voci di uomini e donne che hanno vissuto la tragedia di Chernobyl mescolate e impastate all’interno di una composizione piena di metafore e suggestioni.

 

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