Zabriskie Point, riflessioni sul capolavoro lisergico di Antonioni

La prima volta che vidi Zabriskie Point ricordo promisi alla mia mente che non avrebbe dimenticato tanto facilmente. Ero perfettamente conscio si sarebbe trattato di un esperienza al di fuori di ogni schema, oltre i piu’ prevedibili concetti cinematografici.
Zabriskie Point e’ opera di genio indiscusso, un Michelangelo Antonioni al suo zenith di percezione creativa; le forme astratte e perfettamente, idealmente complementari alla delirante, tagliente colonna sonora musicale, rappresentano lo specchio delle visioni contorte e affascinanti del grande regista ferrarese.
Con Antonioni il cinema acquista una dimensione inedita, affatto semplice da comprendere a una prima visione: si notera’, in piu’ di una circostanza, di come non esistano fondamenti di sceneggiatura o protagonisti che rubino la scena tramite invadenti forme di narcisismo recitativo (il vocabolo “primadonna”, cosi’ come fu per Kubrick, non sembra essere mai appartenuto alle pretese artistiche di Antonioni). Uno dei grandi meriti attribuibili ad Antonioni e’ l’aver saputo coniugare il concetto astratto, simbolico e debordante della psichedelia britannica dei tardi anni ’60 a immagini e tematiche che fossero la perfetta
rappresentazione delle proprie visioni spazianti in un ipotetico universo parallelo.
Zabriskie Point e’ il trionfo assoluto di questa inusuale, assolutamente magnetica sinergia: sognante e cinico al tempo stesso, utopico ma contemporaneamente cupo e tragicamente futuristico, un futuro che non sembra offrire spazio ai sentimenti delle nuove generazioni a venire. Predicatore di angoscia e senso di soffocante vuoto che ha come massima espressione il sadismo ed egoismo tipici dell’uomo in perenne fase di auto-distruzione. Nichilista, dunque. Ed anarchico. Anarchico come il Mark Frechette interprete della pellicola: un condensato di cinismo, trasgressione, disprezzo del bigottismo allora
fortemente osteggiato e “stuprato” dai giovani contestatori sessantottini. Poi l’incontro fatale: Daria, una ragazza anche lei stanca e spossata dall’obsolenza della cosiddetta societa’ consumistisca, desiderosa di avventurarsi in nuovi territori. La assai ben nota scena d’amore a meta’ del film e’ quanto di piu’ “lisergico” si possa immaginare: una Valle della Morte prodigiosamente tramutatasi in un idilliaco, iper-utopico astratto Eden, dove ai corpi in stato di completa simbiosi ed estasi si sovrappongono, quasi fossero angeli scesi dal cielo (ipotizzabile anche come Valle della Morte = Cielo/Eden), e avessero ubbidito solennemente a un ordine di Dio l’onnipotente: accoppiarsi, essere felici, complementarsi l’un con l’altro ma senza rumore o bisbiglio alcuno, nel
rispetto del massimo silenzio udibile, altre decine di immaginarie coppie: i corpi progressivamente si moltiplicano, e fanno l’amore indisturbati, incuranti di cosa vi sia sopra o sotto di loro: il ritratto che si ha di questo imperdibile momento cinematografico e’ sontuosamente sottolineato dalla calda, garbata, insinuante, memorabile chitarra di Jerry Garcia (leader carismatico e compositore dei Grateful Dead, altro monumento della psichedelia anni ’60): poche, pochissime sono le circostanze nelle quali musica e immagini hanno trovato collocazione e condizione spazio-temporale piu’ indicati. In breve: uno degli highlights visivo-cinematografici del XX° Secolo.
In netta contrapposizione con la suddetta scena, e’ l’apocalisse che si scatenera’ nella convulsa, concitatissima parte finale della pellicola: secondo la personalissima visione del mondo di Antonioni, l’uomo e’ destinato a scomparire e a non lasciare piu’ alcuna traccia di se’; niente piu’ amore, niente piu’ idillio, niente piu’ Eden, tanto sognato ma solamente sfiorato per pochi, apparentemente eterni, secondi di illusione alimentati, “fermentati” da sogni ora bruscamente, selvaggiamente troncati dallo spietato egoismo di un uomo sempre piu’ avido e tronfio di se stesso, incapace di riconoscere i limiti di un’esistenza nichilista e per cio’ inquinante l’ecosistema umano-ambientale all’interno del quale vive. E “fotografia” migliore non poteva che tradursi in una terrificante, assordante, lunga esplosione, esplosione ai danni di quel benessere che l’uomo stesso ha creato e imposto su madre natura: sinonimo di suprema arroganza e generale incivilta’, un excursus sulle reali, accertate “non-qualita’” da parte di una moltitudine di individui resi schiavi dal Dio Denaro. Le urla belluine, al limite della cacofonia, da parte di un ultra-isterico Roger Waters, che sembra “esplodere” insieme alle sfarzose ville sulla roccia, nella scena finale di Zabriskie, contrappuntano con maniacale perfezione questo stato di infinita debolezza e resa incondizionata da parte dell’essere umano, senza che egli abbia la benche’ minima possibilita’ di reazione emotiva; anzi, miseramente, pateticamente destinato a osservare la propria indiscussa megalomania sbriciolarsi inesorabilmente, implacabilmente, mentre noi tutti veniamo travolti, corrosi e polverizzati da un diluvio universale fatto di morte e distruzione. Cosi’ come, parallelamente, viene distrutto l’idillio lisergico-amoroso di Daria e Mark, quest’ultimo vittima della sua stessa, sconsideratamente folle anarchia: verra’ ucciso dallo stesso potere al quale si era ribellato, ponendo fine a un gesto da eterno immaturo che in non pochi, all’epoca, avrebbero riconosciuto come “dannatamente spregiudicato ma terribilmente giusto…anzi, giustissimo!!…”.
La polizia, cioe’ il potere, si riappropria di quella autoritarieta’ ed ordine che erano state, sebbene solo per qualche attimo, messe in grave discussione dal libero pensiero di un anarchico non-contestatore, individuo al di fuori di ogni immaginabile schema. Oltraggiosamente incapace di inserirsi appieno nei meandri di una societa’ colma di insulsaggini e inutili propagande pubblicitarie, inneggianti al piu’ bieco dei principi consumistici. Mark verra’ barbaramente ucciso, senza che abbia avuto la possibilita’ di dichiarare la propria colpevolezza: ucciso da una realta’ che non sa aspettare e che intende correre troppo in fretta, e che, di conseguenza, UCCIDE, con eccessiva, ingiustificabile fretta.
Le lacrime di Daria completeranno il processo di annientamento dell’utopia, culminante con l’apocalisse finale, in un susseguirsi di ville (sinonimo di benessere) fatte saltare in aria da chissa’ quale volonta’ superiore.
Un finale cupo e spettrale: Antonioni lancia gli strali contro l’uomo e la sua innata presunzione, senza permettergli sguardi verso un futuro che poco prima
si era auspicato migliore. Lo spietato, ultra-drammatico cinismo del grande cineasta trova in questo personale spaccato da “fine-del-mondo” il suo massimo compimento; un pensiero e un modo di intendere l’esistenza tanto destabilizzante e agghiacciante quanto le corde vocali di Waters scartavetrate, corrose dalle sue urla primal-scream. D’altronde l’impatto nei film di Antonioni ha sempre costituito l’epicentro delle sue produzioni nonche’ un tangibile
marchio della sua filosofia esistenziale: rimanere indifferenti alle magmatiche e al contempo ellittiche allusioni visivo-lisergiche all’interno di Zabriskie Point sarebbe come ammettere di non possedere dentro di noi una materia grigia pensante o un cuore che sia in grado poter esprimere i nostri sentimenti, nel bene e nel male.

Articolo di Alan Tasselli, già pubblicato nel 2003 su drivemagazine.net

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