Niente da nascondere, il film di Haneke sul voyeurismo

Quanto puoi sopportare lo sguardo degli altri? Di chi non conosci? Di chi pensi di non conoscere?
E` questo che si chiede Georges, conduttore televisivo, quando inizia a ricevere cassette contenenti semplici e scarne riprese della sua casa. Lentamente il mistero si infittisce, andando a coinvolgere aspetti intimi e lontani della sua placida esistenza e mettendo a rischio la vita della sua famiglia e il rapporto con le persone a lui più care.
Haneke fa partire il film con quello che sara’ il leitmotiv di Cache, ovvero una ripresa della suddetta casa fissa in esterni su cui scorrono i titoli di testa. Improvvisamente l`immagine torna indietro, si riavvolge. Non e’ la “realta’”: Georges e sua moglie stanno guardando solo la prima delle cassette.
Opera terrificante nel suo costruirsi e dipanarsi, sin dall’inizio fondata sulla continua, ambigua e paradossale fusione tra cinema e video, tra lo sguardo rivolto al pubblico e -in apparenza- neutro della macchina da presa e un altro morboso, inquietante, rivolto CONTRO i due protagonisti. Guardiamo personaggi che guardano se stessi nell`atto di essere guardati, spostandoci di continuo tra i due poli, attraversando il fragile ponte che collega pellicola e video, ponte da sempre percorso da numerosi registi e artisti nel corso degli ultimi 50 anni.
Haneke ci guida senza nessun riferimento, senza nessun punto di vista: ci impone inquadrature ossessive, lancinanti, a tratti teatrali, dove sta allo spettatore cercare il proprio posto, la propria collocazione da cui osservare e sezionare le vicende. Vicende di un nucleo familiare spaccato, lacerato, messo a nudo da una minaccia esterna e ignota, specchio di una società, messa in scena tramite inserti televisivi riguardanti le lotte in Medio Oriente, ma anche attraverso la vicenda personale di Georges e il suo rapporto da cittadino francese con un algerino ( e, aggiungo, la scena dello scontro in bicicletta con il ragazzo di colore ), una società in perenne conflitto, in cui ognuno sente invadere il proprio spazio ( proprio come Georges da piccolo col ragazzo algerino ) dall`Altro, dal Diverso, dallo Straniero, sentito come tale a prescindere da razza e cultura. Ed ecco gli sguardi, le riprese, le cassette, gli occhi di chi non vogliamo accettare, di chi non conosciamo, di persone di cui abbiamo paura, e anche di noi stessi. Chiunque può aver filmato quelle cassette, il pubblico medesimo si scopre comunque come dietro alla macchina da presa, messo ambiguamente alla prova da Haneke, che non ci invita a guardare, ad osservare ma ci sfida a farlo, ci mette alla prova, sempre sul filo della tensione e della provocazione.
E` un film sui sensi di colpa, come scopriamo pian piano, sui rimorsi di una memoria personale e collettiva allo stesso tempo. Sensi di colpa che ci divorano e da cui ci sentiamo violentati, oppresi, osservati. Ancora, le cassette, altro non sono che il materializzarsi dei nostri conflitti interiori, della nostra società, della famiglia, di tutti: non vi sono colpevoli e non vi sono dunque persone materialmente dietro alla telecamera. Quello che Haneke mette in scena è il selvaggio e incontrollabile scenario delle nostre paure, diffidenze, false sicurezze e fragili illusioni che ogni giorno mettiamo in atto: il “niente da nascondere” altro non è che tutto questo, un fantasma che viene fatto fluttuare tramite il mezzo thriller, dosato con perfetta maestria, secondo ritmi chirurgici, realizzando una tensione continua a tratti insopportabile, soffocante. Una suspense costruita sul vuoto, e per questo ancora più minacciosa e potente.
Haneke ci ha regalato un capolavoro dalle mille facce, un`entità che vive nelle nostri occhi e che continua a farlo dopo essere usciti dal cinema, permettendosi anche, con nonchalance, di evocare, nell`agghiacciante e improvvisa sequenza del suicidio, lo spettro e la leggenda malata degli snuff movie: solo che stavolta la morte non è ripresa da pervertiti maniaci o da chissà quali mostri privi di scrupoli ma semplicemente dagli occhi delle nostre paure, timori e sensi di colpa.

Articolo di Marco Pampaloni (Kronic)

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