Leviedelfool: viviamo in una sorta di Medioevo Teatrale!

 

Leviedelfool

Leviedelfool è una compagnia teatrale formata da Simone Perinelli e Isabella Rotolo, nata a Roma nel 2010. Si tratta di una struttura libera ed autonoma che vive dei progetti dei due fondatori in accordo con artisti che collaborano alle produzioni della compagnia, in Italia e all’estero.

Leviedelfool opera all’interno del Teatro di Calcata dove organizza Itineraria Festival – Arti Sceniche in Transito e il Calcata Teatro Lab.

Tra gli spettacoli ricordiamo Made in China (postacards from Van Gogh), Luna Park (do you want a crecker?), Macaron, Requiem For Pinocchio.

1) Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

SP – Penso che purtroppo siamo ancora lontani da un’ auspicabile crisi. Lì dove per crisi si intenda rottura, separazione e quindi evento rilevante che porta a nuove scelte. Purtroppo siamo, credo, in una fase antecedente la crisi che chiamerei più: tendenza negativa del teatro italiano. In ogni caso se si vuol parlare di crisi, io la definirei una crisi di opportunità piuttosto che culturale. Se pensiamo al teatro non solo come una forma d’arte ma come entità inserita in un contesto sociale, lavorativo o professionale i segnali di crisi sono lampanti. Cominciamo col dire, ad esempio, che ci si muove in un contesto dove l’offerta supera la domanda. L’immagine è quella di un imbuto: tante produzioni e distribuzione intasata. Immagina… Cento proposte di spettacolo arrivano via mail, ed è ancora possibile visionarle tutte e scegliere quelle da programmare tenendo intanto d’occhio tutto il panorama contemporaneo; mille proposte che arrivano sono molto difficili e impegnative da visionare e paradossalmente visionarne solo una piccola parte equivale a non vagliarne nessuna, quindi a non avere una chiara idea di cosa si muova all’orizzonte. Questa tendenza distrae le compagnie da quell’attenzione che dovrebbero porre soltanto al prodotto artistico perché le impegna in un percorso di sopravvivenza (ricerca forzata di circuitazione), e obera le distribuzioni rendendole disattente verso quelle nuove forme teatrali che potenzialmente potrebbero portare con sé quell’agognato germe di cambiamento. Siamo in un’impasse.

2) Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

SP – Credo di sì. Mi capita di rado di uscire da teatro con quel senso di appagamento o la consapevolezza che lo spettacolo appena visto mi abbia trascinato altrove rispetto ai quattro muri del teatro. Eppure sono sicuro che di potenziale in giro ce ne sia tanto. Nella maggior parte dei casi noto che manchi l’urgenza e la conseguente assunzione del rischio; spesso assisto a spettacoli ben impacchettati che contengono il nulla. Purtroppo non parlo neanche di quel nulla vero con cui lo spettatore si troverebbe a fare i conti, ma di quello che sempre si traduce in un paio di trovate registiche strampalate e nient’altro. Dovremmo paragonarci ai musicisti, ai compositori, chiederci cosa spinge loro a fare un nuovo album; imparare a capire da cosa siamo mossi quando ci cimentiamo nello sviluppo di una nuova idea o di un nuovo progetto. Ecco, quello che noto è che molto spesso non è l’urgenza a muovere, bensì l’accanimento. La mancanza di idee teatrali forti deriva dalla mancanza di un’onestà che si dovrebbe avere nei confronti dell’arte e per fortuna su questo il Teatro è davvero spietato perché non si può barare senza essere scoperti.

3) Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

SP – Esiste sicuramente un teatro che ha la funzione di intrattenimento così come ne esiste uno che ha la funzione di smuovere coscienze, aiutare l’essere umano ad evolvere o semplicemente la funzione di condividere delle domande con un eventuale uditorio, aprendo possibilità di risposte diverse da quelle che si è abituati a dare. La necessità del teatro è la stessa che nasce nel momento in cui si ha bisogno di ascoltare quel disco o di vedere quella mostra; credo si tratti della necessità di qualcosa che parli alla parte più profonda di noi stessi. Quando questa necessità viene soddisfatta, allora il Teatro adempie alla sua funzione.

4) Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

IR – Fatico a credere che un modello culturale in se per se possa scuotere le coscienze. Credo piuttosto che delle coscienze “già scosse” possano essere in grado di insinuare il germe del mutamento, se non almeno quello del dubbio, in un sistema che ormai viene accettato come un dogma. Si accetta come se fosse normale che non ci siano soldi per le piccole produzioni, si accetta che non ci sia dialogo tra le istituzioni, che spesso manchino quelle condizioni che creano la dignità di questo lavoro, si accetta persino che non ci sia pubblico in sala. Viviamo in uno stallo, una sorta di Medioevo il tempo faccia il suo dovere.

5) Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

IR – Sicuramente i tagli alla cultura, e non solo quelli al teatro, sono sotto gli occhi di tutti. Lo Stato non sostiene la cultura. E questo ormai è un processo che va avanti da anni andando ad intaccare persino il rapporto intimo che ogni cittadino ha, o dovrebbe avere, nei confronti della cultura o dell’evento culturale. L’arte diventa merce e in questo modo ha un prezzo, genera o non genera un profitto, un ritorno economico. L’illusione inoltre galoppante che tutti siamo artisti e che tutto sia arte di certo non facilita le cose. E’ difficile, se non impossibile, pensare ad un reale censimento dell’attuale panorama teatrale e quindi definire chi sono questi “tutti” che lo stato dovrebbe sostenere.

6) Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.

Purtroppo non ne abbiamo idea. Non siamo molto bravi a proporre soluzioni in ambiti che esulano da quelli puramente artistici. Diciamo che ci è più facile porre delle domande che formulare risposte.

7) Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

SP – Dipende dall’onestà con cui si prende la decisione. Noi prediligiamo la drammaturgia originale sia per i nostri spettacoli, sia come elemento fondante della formazione che facciamo attraverso i laboratori. Per quanto i testi classici possano apparirci moderni perché ci raccontano storie e dinamiche umane che riconosciamo nella nostra odierna società, non approfondiranno mai quel tanto in più sul nostro presente sufficientemente da farci spostare dai nostri passi. Certo, la drammaturgia originale è rischiosa: non attira pubblico, non è un titolone da cartellone e spesso viene snobbata da quella parte di critica che preferisce rimanere comoda a cogliere e a ricamare su testi che già conosce e ha già studiato a fondo. Insomma, la drammaturgia originale non è una carta vincente ma rimane pur sempre l’unico vero tentativo che possiamo fare per dare autenticità al nostro lavoro. Le scelte di un direttore artistico hanno un’influenza e un potere enormi sull’andamento delle cose in generale. L’unico augurio che possiamo farci è che le scelte dei suddetti siano sempre coraggiose e non dettate soltanto dai numeri; soprattutto che siano in grado di colmare le lacune del pubblico facendo programmazioni trasversali che siano di interesse per tutti e non per la maggioranza. C’è una bella differenza! Insomma abbiamo bisogno di credere che i direttori artistici siano persone illuminate, in grado di mescolare pubblici, abbattere barriere di stili e linguaggi perché lì dove si asseconda troppo l’indice di gradimento senza mai far nascere crisi o dibattito, il Teatro cessa di esistere per diventare solo intrattenimento.

8) Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

IR – Certo, ma l’unica “dittatura teatrale” esistente nel mondo delle arti in scena è quella che definirei “dittatura della disperazione”. Ad ogni livello della scala teatrale la situazione attuale ci pone in condizioni così estreme da dover fronteggiare per le quali siamo continuamente costretti a scegliere se aderire o non aderire a questa “disperazione”.

9) È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

SP – Purtroppo no. O forse solo come appoggio momentaneo. Giusto il tempo in cui lo stabile non ci convochi per quel progetto che avevamo proposto l’anno prima e che ad un tratto è stato scelto dalla pila di carte sulla scrivania. Ognuno vuole la crisi lontana da sé, qualcosa che non ci riguardi da troppo vicino. Trovare un punto in comune nella crisi significherebbe accettarla e doverci fare i conti. Ho visto colleghi sollevare accese proteste, dissolte poi nell’aria grazie alla promessa di una data nel festival estivo di turno. Anche i progetti nati dal sodalizio artistico di più compagnie si sono rivelati quasi sempre una corsa all’accaparramento del miglior tornaconto personale. L’istinto alla sopravvivenza è molto forte e ben radicato in tutti noi e per quanto ci sforziamo di cercare una soluzione nella solidarietà o negli intenti comuni, la selezione naturale nostre scelte.

10) Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

IR – Lo spettatore è fondamentale, quanto lo spettacolo. E la sua presenza è necessaria. Più che di formazione di un pubblico consapevole, preferisco però parlare di investimento nel pubblico, perché la consapevolezza deriva dall’esperienza che, ahimè, non è trasmissibile. Quando parliamo di “pubblico consapevole” o di “formazione del pubblico” ognuno di noi, volente o nolente, si figura un pubblico “a sua immagine e somiglianza”. Questo crea un illusione, figlia sempre di questo tempo, che ogni compagnia abbia il suo pubblico e che non esista Il Pubblico. Sicuramente esistono target diversi, ma il problema di base in questo momento non è se il pubblico è abbastanza formato o formato in modo abbastanza consapevole per un determinato spettacolo, altrimenti avremmo sale piene di persone che però a fine spettacolo si lamenterebbero semplicemente di “non aver capito” lo spettacolo, sempre che ci sia qualcosa da capire. Il problema reale invece è che spesso le sale sono semivuote in quanto non c’è un reale investimento nel far sì che il pubblico vada a teatro.

Prima di salutarvi, ringraziandovi per la collaborazione, vi chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua/vostra missione teatrale? Come immaginate la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?

Già continuare a fare del nostro meglio, investendo tutto nel nostro lavoro, mi sembra un primo passo per dar vita ad una missione. Siamo ottimisti e crediamo che con il passare degli anni la situazione culturale potrà migliorare.

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