Il terzo uomo, i 70 anni del classico con Orson Welles

Uno, nessuno, centomila: ma esiste veramente Harry Limes? E chi é? L’amante mai dimenticato di Alida Valli, l’ex compagno di scuola e amico di Joseph Cotten o il criminale ricercato dalla polizia viennese? Un’incredibile caccia all’uomo giocata come una partita di scacchi, avente per scacchiera la topografia di una cupa Vienna del secondo dopoguerra, dove si stenta a sopravvivere e si tenta di vivere con la borsa nera. Lungo gran parte del film Joseph Cotten procede invano nella ricerca dell’introvabile Harry Lime e la tensione continua ad aumentare. Il personaggio di Harry Lime – interpretato da Welles – è al centro di tutto l’interesse drammatico al punto che, prima che questi compaia in scena, è già stato citato dagli altri personaggi cinquantasette volte. Un numero esorbitante per un uomo che sulle prime risulterebbe morto e sepolto! Ci vogliono ben cinquantanove minuti prima che i passi di Lime risuonino nelle vie deserte di una Vienna notturna, prima che alla luce di un lampione si disegni sul selciato la sua indimenticabile silhouette – con cappotto e cappello a tesa – e che la luce di una finestra, come un riflettore di teatro, dall’alto della via illumini finalmente il suo volto. E’ la sequenza più bella del film, inquadrata magnificamente dalla fotografia grandangolare in bianco e nero di Robert Kasker, meritato Oscar 1950 come Miglior Fotografia. Ma il film è anche un viaggio iniziatico verso l’abisso dell’animo: “E’ il peggior bandito che mai abbia fatto il suo sporco lavoro in una città” così l’ufficiale di polizia interpretato da Trevor Howarddescrive Lime, un uomo che traffica penicillina adulterata al mercato nero. C’è una scena memorabile, sottilmente angosciante, in cui Cotten, che ha sempre nutrito per l’amico una vera e propria adorazione, è costretto da Trevor Howard a visitare dei bambini diventati ciechi dopo aver assunto i medicinali adulterati che Welles-Lime commercializza. L’incontro tra Welles e Cotten sulla ruota del luna park al Prater è la scena madre del film; rivolto al panorama urbano sottostante, Lime esprime pienamente il suo cinismo nel famoso e citatissimo “discorso degli orologi a cucù”. Orson Welles, qui ufficialmente solo in veste di attore, è in realtà la mente pensante anche dietro la macchina da presa, con Carol Reed in veste di puro esecutore, per ovviare alle resistenze dei produttori nei confronti del Genio. Palma d’Oro al Festival di Cannes 1949, la pellicola è stata restaurata in occasione del cinquantesimo dalla sua realizzazione e la versione in circolazione permette di apprezzare le voci originali, essendo in inglese con sottotitoli. Indimenticabile infine la colonna sonora, con il famoso “Third Man Theme” suonato alla cetra da Anton Karas.

Articolo di Marco Ferrari (DriveMagazine)

 

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