Diario Notturno: Ennio Flaiano, un marziano a Roma

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“La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.”
Questa non è una frase di Ennio Flaiano, ma avrebbe potuto esserla. A pronunciarla è Jep Gambardella, scrittore disilluso protagonista de “La grande bellezza” di Sorrentino. Jep è stato deluso da Roma. Ha trovato inizialmente svago e aspettative, ma subito dopo squallore, vita miserabile, infinite ripetizioni.
Lo stesso accade ad Ennio Flaiano, come narra nel suo “Diario notturno” (Adelphi). L’ha intitolato “diario”, ma è in verità un taccuino di viaggi e di persone, un mosaico in prosa di tenerezze e vizi umani. Flaiano mescola resoconti di gite, letteratura fantascientifica, aneddoti e aforismi. Non è affatto un marziano a Roma, come dal titolo di uno dei racconti amari e ironici contenuti in questo libro – il marziano Kunt prima idolatrato e poi ignorato dalla società e rimasto solo come il Newton di Walter Tevis in “L’uomo che cadde sulla terra” -, o lo è nel senso che riesce, abruzzese trapiantato nella capitale, ad analizzare e a osservare tutto dall’esterno, a muoversi leggero nel vortice della mondanità giudicando con precisione, senza essere mai indulgente né pedante. Si lascia solo scappare, ogni tanto, un po’ di tenerezza. Magari per la delicatezza di chi decide di suicidarsi, o per un amico un tempo conosciuto e mai più incontrato.
In Spagna s’innamora delle amabili iperboli di quella lingua, delle ballerine sudate e volteggianti. Flaiano si aggira tra luoghi concreti e luoghi di fantasia come un nuovo Gulliver.
“E i miei viaggi in Cina sono davvero poca cosa se li confronto a quei passi a tentoni nel buio, dal letto alla cucina, in cerca di un bicchier d’acqua.”
Si ritrova a sorridere di eventi immaginati che lui per primo ritiene assurdi e ridicoli. Il giro del mondo in ottanta giorni oggi sarebbe impossibile da fare, c’è sempre lo sciopero dei mezzi. Osserva il capovolgimento ironico di tutto: oggi l’artista è un operaio, l’operaio un artista. “Oggi”, si fa per dire. In realtà “Diario notturno” è un testo del 1956. Di una modernità spaventosa e irreale.
Flaiano detesta le maschere e le distrugge una dopo l’altra. Detesta le feste ridicole a cui viene puntualmente invitato, i cartomanti, il tedioso incontro in una villa che somiglia a quello narrato da Buñuel ne “L’angelo sterminatore”. Dove si vorrebbe andare via e ci si ritrova invece intrappolati in conversazioni inutili e frivole (per tornare a Jep, quelle feste in cui “i trenini non vanno da nessuna parte”). Annota e riporta modi di dire e luoghi comuni, banalità che tutti abbiamo sentito ripetere ancora e ancora. Prende la realtà e si diverte a metterla sottosopra.
“La Natura non soltanto ha orrore del vuoto, ma anche delle azioni inutili”. Flaiano con lei. La sua più importante lezione sta proprio in quell’invito a non perdere più tempo con ciò che non si ama. Abbandonare i monologhi dei pieni di sé, i libri che non ci piacciono, i film che non vale la pena guardare. Smettere di sprecare la propria vita dietro ciò che appare necessario e non lo è.
Nelle sue pagine è spesso in compagnia di registi (Fellini, soprattutto, per cui ha scritto diverse sceneggiature), artisti, scrittori, giornalisti. Diventa amico di chi ha i suoi stessi difetti. Su tutti, l’intelligenza.
E in mezzo a ogni cosa sta Roma. Roma sempre impegnata nei suoi tramonti accesi e faticosi. Nella sua ironia e nella sua bellezza. Una favola grandiosa in cui si vive scontenti.
Eppure ancora e sempre una città eterna: “non per le sue glorie, ma per la capacità di subire le barbarie dei suoi invasori, di cancellarle col tempo, di farne rovine”.
Flaiano ride, guarda, a volte si arrabbia, si commuove. Fino ad arrivare a una conclusione. Solo la verità contiene abbastanza fantasia.

 

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