De revolutionibus: la miseria del genere umano secondo Carullo-Minasi

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La Compagnia Carullo-Minasi ha portato in scena allo START di Napoli De Revolutionibus – Sulla Miseria del Genere Umano, spettacolo vincitore della rassegna Teatri del Sacro 2015, tratto da due operette morali di Giacomo Leopardi, “Copernico”, ovvero “Operetta morale per questo infelice”, e “Galantuomo e Mondo” o “operetta immorale per questo felice”.

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi sanno cosa significa “fare teatro”. Come si mette in scena un testo, non necessariamente teatrale, qual è il senso della costruzione di un’azione scenica e, infine, il passaggio dal rito al teatro. Caratteristiche, ormai, difficili da ritrovare nel teatro cosiddetto stabile ma che, però, appartenevano alla tradizione del teatro di Eduardo De Filippo, per fare un esempio. Mi viene in mente il ragù domenicale a casa Priore in “Sabato, domenica e lunedì”: quello è il rito che si fa teatro.

Spingono due carrette di legno al centro della scena e, dal loro carico, tirano fuori oggetti di scena, arredi e una pedana. Per i primi minuti i due attori montano la scena, come una compagnia da fiera di passaggio, prima di allestire lo show col freak di turno che, in questo caso, è Giacomo Leopardi. In scena eppure fuori dalla scena. Fuori e dentro il teatro.

Una scelta complessa, ardua dato che il rischio di cadere nel didascalico, nel teatro didattico, è dietro l’angolo. Eppure la messa in scena di Carullo e Minasi non si impelaga, risulta fruibile ma fedele grazie all’arma della parodia e a un’operazione ironica che meraviglia e stupisce per freschezza e originalità.

De Revolutionibus parla del nostro tempo presente, di conformismo, di vizi e virtù di un’umanità allo sbaraglio, lo fa con la lingua di Leopardi ma con l’umorismo di Pinter. Il teatro offre i mezzi, Leopardi gli argomenti e la compagnia la propria identità, il proprio esserci senza illusioni, calcando giustamente il proprio accento, la propria origine. Eppure sono essi stessi materiale di scena, azione e scrittura vivente grazie al proprio corpo, all’espressività dei loro volti. Sono un mondo all’interno di un altro Mondo, uomini al servizio di altri uomini, attori al servizio di un pubblico. Per questo è più che necessario montare quella pedana col sipario celeste, non si dà teatro se non per “disciplinare un io interiore”.

Per il resto non ha senso svelare il corpo di questo lavoro meraviglioso, incredibile, denso di umanità. Ecco, Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi sono due attori umani, che non hanno un equivalente nel teatro contemporaneo italiano, con uno stile già maturo e definito, nonostante la loro giovane età. Due attori che rifiutano ogni autorialità ma il cui tratto è già facilmente riconoscibile.

 

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