Bowling a Columbine, il documentario inchiesta di Michael Moore

15 ottobre 2002.
USA: il killer cecchino uccide la sua nona vittima. Si dice sia un ex militare a causa della precisione con cui spara.
Italia: ex guardia giurata uccide la moglie, i parenti di lei, più altre tre persone, poi si suicida. A casa aveva un arsenale.
Questa è la cronaca del mattino in cui mi accingo a vedere Bowling A Columbine. Ma c’è altro: bombardamento angloamericano nel sud dell’Iraq, altre notizie sulla strage di Balhi, ecc., ecc.
Sono gli stessi argomenti che il geniale Michael Moore affronta nel suo ultimo film documentario.
A tredici anni da Roger & Me, pluripremiato documentario sugli effetti del ridimensionamento della General Motors (il presunto salvatore della Fiat!) a Flint, Michigan – laddove Roger è Roger Smith, allora presidente della GM -, Moore tenta di rispondere a questa domanda: “siamo una nazione di maniaci delle armi, o siamo semplicemente pazzi?”
Columbine: è il liceo di Littleton (Colorado) dove una mattina due studenti fanno irruzione e uccidono dodici persone con armi da fuoco.
Bowling: quella stessa mattina i due ragazzi andarono, prima di attuare la carneficina, a giocare nella sala da bowling già frequentata per motivi scolastici, parliamo di una delle tante assurde iniziative per aumentare i crediti. Per la cronaca, tempo dopo due persone che lavoravano in quella sala saranno uccise.

Il progetto di Bowling A Columbine concerneva la strage omonima, poi a soli sei mesi ci fu l’omicidio di Kayla Roland, la bimba di sei anni uccisa a scuola da un suo coetaneo, a Flint. Ecco che il documentario si arricchisce di “materiale” sino l’11 settembre 2001 che, secondo quanto dichiarato da Moore, ha completamente cambiato il film. L’obbiettivo si amplia con lo scopo di raggiungere il nocciolo del problema, cercare le cause storico-sociologiche, per non stagnare nella semplice sequela di fatti privi di causa.
Il raggio di azione di Moore è di nuovo il Michigan, anzi ancora l’area attorno a Flint, città natale del regista. Eric Harris, uno dei responsabili della tragedia di Columbine, ha trascorso la sua infanzia in una cittadina vicina a Flint; Terry Nichols, complice di Timothy McVeigh per l’attentato ad Oklahoma City, frequentava la scuola vicina a quella di Moore; Charlton Heston, l’uomo pubblico di punta della NRA (National Rifle Association, fondata nel 1871 dopo la messa fuori legge del Ku Klux Klan), è cresciuto ad un ora circa dalla casa di Moore. Coincidenze?
Moore non è uomo da credere alle coincidenze, considerando che il Michigan è tra gli Stati dove più impera la legge delle armi da fuoco. Abituato ad esplorare sino in fondo i fatti, Moore decide che bisogna indagare, intervistare chiunque possa dare un contributo reale all’argomento e lo fa con quel suo modo unico, avvicinandosi sospendendo ogni giudizio tanto da apparire dalla parte dell’intervistato, una sorta di infiltrato. E’ l’unico modo per arrivare dove altrimenti non si potrebbe. L’intervista è il momento culmine dei suoi documentari, lo spazio dove ogni opinione su un argomento raggiunge lo status di verità, si potrebbe dire il momento in cui si raccolgono delle prove o meglio delle “confessioni”. Clamorosa l’intervista a Heston nella sua villa di Beverly Hills, dove Moore si spaccia per affiliato della NRA e gradualmente con fare conciliante, delicato, senza mutamenti d’impostazione del linguaggio arriva al punto centrale della questione, col conseguente allontanamento dell’ammutolito “Mosé”.

Le immagini – molte accompagnate da quella musica, un vero standard televisivo, che ricorda i servizi “leggeri” tipo CNN – ricavate dalle telecamere a circuito chiuso del liceo di Columbine, le telefonate in diretta trasmesse dai mezzi d’informazione con professori e impiegati della scuola durante l’irruzione, come quella terribile dell’insegnante dei due seienni, appaiono quale materiale da reality show, genere in voga negli States, dove la violenza fa ascolto, dove gli eventi sono direttamente metabolizzati e inseriti in un contesto che confonde realtà e finzione. Così indigna ma non sorprende tutti l’apparizione quasi matematica degli incontri della NRA e di Heston a pochi giorni dalle carneficine – una sorta di “vai direttamente a casa del tuo miglior utente”. Moore e il suo mitico faccione – guardarlo è una gioia dei maniaci del genere (non quelli delle armi!) -, ci guida in questo mondo fatto di 44 magnum sotto il cuscino, di ragazzini disincantati che realizzano bombe persino al napalm – è il caso di un adolescente che si dispiace di essere solo al secondo posto nella lista dei ragazzi da tener d’occhio nella scuola di Columbine. La semplicità delle domande di Moore e le sue altrettanto apparenti disimpegnate risposte, creano momenti di grande ironia tagliente impensabili visto l’argomento, cui fa seguire, come a conclusione del colloquio con il fratello di Terry Nichols – il quale afferma candidamente che certo un limite almeno alle bombe all’idrogeno bisogna pur metterlo –, un serrato e bellissimo montaggio di omicidi in diretta di una violenza inaudita, ghiacciando le risate appena trascorse e capovolgendo immediatamente le emozioni dello spettatore.
Siamo una nazione di pazzi? Un divertente cartone animato sulla breve storia degli USA tenta di dare in parte delle risposte. “A scuola, la prima lezione di Storia comincia con queste parole: i Pellegrini vennero in America perché temevano di essere perseguitati (…) I Pellegrini sono arrivati in America, timorosi e impauriti, hanno incontrato gli Indiani e hanno avuto paura di loro e così li hanno uccisi; poi hanno cominciato ad avere paura dei loro concittadini, hanno cominciato a vedere streghe ovunque e le hanno messe sul rogo (…)” e così di paura in paura, di reazione violenta in reazione violenta all’infinito, dentro e fuori i confini del loro Paese – da ricordare la sequenza d’immagini del centro e sud America, dell’Asia, degli alleati Osama e Saddam…. -, e quando si sono chiusi nei loro bei ghetti residenziali, la paura li ha costretti ad uccidersi entro le mura di casa tranquillizzati dalla facilità con cui si possono procurare armi, perfino nei supermarket (vedi Wall-Mart che gli attivisti “antiglobal” conoscono molto bene).

Basta questo per rispondere alla domanda? O dobbiamo porcene un’altra? Saranno le immagini violente dei film, della televisione a produrre oltre 11.000 morti l’anno? Eppure le stesse immagini le vedono in Europa, in Canada e le statistiche sono molto più contenute. E allora? Ecco le imprese dei vari governi fino ad arrivare a Bush jr. – “un presidente che ti dice che esiste un impero del male pronto ad inseguirti su tutta la terra e a schiacciarti” afferma Moore. Che esempio sono per i ragazzi americani? Le risposte alle eterne paure (e agli eterni interessi finanziari, potremmo aggiungere) del popolo democratico del Paese più democratico sono le armi, nessun tentativo diplomatico può essere efficace – e alimentare il terrorizzato che volle farsi re – quanto le tonnellate di armi direttamente o indirettamente utilizzate da zio Sam. E la scappatoia prende talmente la mano da sostenere ed addestrare chiunque in quel momento potrebbe essere d’aiuto, salvo poi trovarsi l’amico Bin Laden o Saddam Hussein trasformatosi in nemico giurato, cosa che richiama un’altra affermazione di Moore: “E qual è la cosa peggiore che si possa fare ad un paranoico? Dare corpo alle sue paure!” (vedi 11 settembre).

Bowling A Columbine è la risposta più intelligente che mi sia capitato sinora di ascoltare (vedere) sulle stragi private e pubbliche perpetuate dall’uomo soprattutto in questo primo scorcio di millennio, dove la retorica, le bugie mascherate da “guerre umanitarie” e “libertà durature”, offuscano la mente di milioni di persone.
Pur nella difesa delle libertà democratiche di ognuno, quelle vere, obbligherei tutti e di tutte le età a vedere l’ultima grande sfida di Michael Moore.

Articolo di Emanuela Liverani

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