Black Heart Procession – Three

Tre numero perfetto, o sintesi hegeliana di tesi e antitesi; ammesso che si vogliano movimentare dialetticamente queste suggestioni anti-patetiche si dirà che 3 ha la forza di penetrazione di 1 e la levigatezza di 2, la leggerezza dei suoni e la grevità dei contenuti.
E’ il terzo e necessariamente ultimo paragrafo di un capitolo tematicamente omogeneo, in cui la medesima vena poetica, rinforzata attraverso cicliche circolazioni depressive, piuttosto che esaurirsi in intensità, si eternizza nel marmo, in potenza plastica che parla una lingua secolare e classica assai. L’emozione negativa rimane ad un passo dall’esprimersi, in una latenza sofferente, e presto è soggiogata dalla forma, che la consegna al tempo.
Eppure, nulla è cambiato. Ci sono gli stessi strumenti, le stesse tipologie di pezzi, le stesse inflessioni afflitte, i due/tre consueti classici (che in 3 portano i titoli we always knewwaterfront (the sinking road) e i know your ways) e molto altro ottimo materiale sempre ad un passo da una prolissità che non giunge mai, o giunge nel puntuale episodio oltre i 6 minuti (on ships of gold che annovera un lungo rantolo telefonico di dispiacere di Kazu dei Blonde Redhead).
Immagino che chi s’imbattesse in 3 come primo ascolto dei Black Heart Procession non farebbe fatica a considerarlo l’episodio più riuscito del trittico, salvo poi lasciare rientrare il dubbio che 1 2 e 3 s’implicano e si rifiutano vicendevolmente e tutti insieme sia possibili sentirli nella sincronia impossibile dell’Aleph borgesiano, dove tutti i numeri e tutte le azioni e tutti i tempi dell’universo convivono sovrapponendosi e amplificandosi in una visione pluriscopica dell’insensatezza del vivere.
Ma nei dischi dei Black Heart Procession l’arte giustifica il transeunte, ed eleva a potenza i minimi dispiaceri di ragazzi che indiscrezioni d’anteprima ci segnalano come virati verso forme espressive più yè yè.
Certo, si fa fatica ad immaginare questo spleen declinato al funky (?), ma la stoffa c’è, e anche la coscienza della misura.
Aspettiamoci un altro trauma redentivo, sotto i cui colpi tutto quello che succede è solo inattingibile miraggio di futuro.

Articolo di Alessandro Calzavara

Manfredi

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