Arthur Rimbaud in una nuova traduzione curata da Ornella Tajani

Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all’Università per Stranieri di Siena e ha tradotto, per Marsilio, l’edizione delle Opere di Rimbaud curata da Olivier Bivort. Il volume presenta il testo francese a fronte e contiene versi, prose e una selezione accurata di lettere e testi da poco ritrovati in Francia che appaiono, per la prima volta, in un’edizione italiana.

Per l’occasione ho intervistato la traduttrice Ornella Tajani che ha il merito di aver restituito un Rimbaud potente e attuale.

 

  • Com’è stato approcciare un poeta così complesso, che ha cambiato la vita di tantissime persone?

Ho iniziato a tradurre con una moderata dose di incoscienza nel 2012. Sapevo che avrei avuto degli anni a disposizione, per cui mi sono concessa il tempo di un lento avvicinamento: prima attraverso le riletture della sua opera, poi leggendo biografie e saggi critici. La traduzione crea sempre un’illusione di esclusività con l’autore o l’autrice in questione: essendo un’attività che assorbe moltissimo, al traduttore sembra sempre di essere il solo in dialogo con quell’opera in quel determinato momento; è il motivo per cui Gesualdo Bufalino diceva, in una citazione arcinota, che il traduttore è l’unico vero amante del testo, più dell’autore (che è il padre e il marito), più del critico (che ne è il corteggiatore volante).

  • Cos’è Rimbaud per te?

L’avventura rimbaldiana è stata lunga, ho portato questa traduzione con me per anni e attraverso diversi paesi: in Finlandia, dove ho avuto la fortuna di passare un periodo in residenza di traduzione, a Parigi e a Bruxelles, dove ho vissuto per qualche tempo, e poi a Napoli.
Sono un po’ refrattaria all’idea di declinare la traduzione su un piano del discorso troppo personale, che rischia spesso di banalizzarne il senso; però, visto che me lo chiedi, ti rispondo che per me Rimbaud è gli ultimi sette anni di vita, e al tempo stesso è la dedica scritta a penna sulla prima copia che mi hanno regalato quando ero al liceo, un suo verso famosissimo: “Ho teso corde da campanile a campanile; ghirlande da finestra a finestra; catene d’oro da stella a stella, e danzo.”

  • Come hai affrontato il lavoro di traduzione? Qual è il tuo metodo di lavoro?

Ho avuto la possibilità di rispondere abbastanza nel dettaglio a questa domanda nella nota di traduzione contenuta nel volume: si tratta di un paratesto fondamentale per chi traduce, perché è la sede in cui dar conto del proprio progetto di traduzione. È il luogo in cui il traduttore prende finalmente la parola e ha modo di offrire al lettore almeno qualche traccia del lavoro svolto. La studiosa Pascale Sardin definisce la n.d.t. «scandalosa», nel senso positivo del termine, perché rivela a chi legge che quelle parole non sono realmente dell’autore, costringendo così a riflettere sul ruolo della traduzione.
Io ho lavorato molto sul ritmo, inteso nell’accezione dello studioso Henri Meschonnic, di cui mi sono occupata anche in altre sedi: non già una generica musicalità, quindi, ma una forma significante, una forma soggettiva che l’autore ha scelto di dare al proprio testo.
Di certo il fatto di insegnare traduzione e di svolgere le mie ricerche nel campo della traduttologia mi ha fornito una serie di strumenti, spunti, esperienze che sono andate accumulandosi negli anni, per convergere nel lavoro su Rimbaud. Ad esempio, ho avuto modo di partecipare a convegni in cui ho presentato analisi comparate di versioni di Rimbaud in italiano; così come, nei mesi in cui rivedevo le bozze finali del volume Marsilio, ho curato uno dei volumi della collana DieciXuno di Mucchi diretta da Antonio Lavieri, dedicato al Bateau ivre, in cui ho analizzato dieci diverse traduzioni del componimento. Questi lavori hanno prodotto confronti produttivi e nutrito la riflessione che accompagnava la vera e propria traduzione.
Non credo esista un “metodo” per tradurre che sia sempre lo stesso: tutto varia a seconda dell’autore, dell’opera, del periodo, della lingua. Preferisco parlare di approccio al testo, un approccio che sempre si declina sulla sensibilità di chi traduce.

  • La traduzione è un po’ un atto di amore, connette due anime, come se fosse una seduta spiritica. Senti il peso di questa grande responsabilità quando cominci a lavorare su un testo?

A proposito di Rimbaud ho già risposto. Più in generale, direi che dipende dai testi. Capita di tradurre autori o autrici non amati, persino detestati, con i quali non si stabilisce alcuna sintonia; e non sempre si traducono autori di prim’ordine… Nei casi in cui si ha questa fortuna, però, di certo la responsabilità è tanta, perché ogni piccola rinuncia sembra un torto nei confronti del lettore: è una forma di frustrazione molto tipica per chi fa questo lavoro, che spesso e volentieri si trasforma in ossessione.
Bisogna anche saper essere pragmatici e tagliare la testa al toro, quando è necessario; se proprio non ci si riesce, di solito arriva la data di consegna a tagliarla!

  • Si parla tanto di “urgenza dello scrivere” ma mai di “urgenza del tradurre”. Che consigli daresti ad un aspirante traduttore?

A chi è interessato alla traduzione letteraria consiglio innanzitutto una formazione universitaria nella lingua e nella letteratura in questione, oltre alla pratica di letture sterminate in italiano (e mi riferisco sia a opere scritte in lingua italiana, sia a opere tradotte in italiano).
Dopodiché si può scegliere un percorso professionalizzante: ci sono ormai vari master, scuole di traduzione e anche workshop brevi con traduttrici e traduttori professionisti; sono esperienze fondamentali, in cui ci si mette all’opera e, grazie al confronto con tutor e giovani colleghi, si sviluppa innanzitutto un approccio al testo da tradurre. Significa imparare a sentire il testo in vista della traduzione, identificarne i possibili problemi: chi è alle prime armi spesso non riesce a vederli, e naturalmente soltanto la pratica può insegnare ad avere lo sguardo sul testo necessario alla traduzione.
Tengo a sottolineare che per ora, in Italia, sono veramente pochissimi coloro che riescono a vivere di sola traduzione, per via delle tariffe, ancora basse a livello nazionale, e perché ai traduttori italiani non spettano i diritti d’autore (come invece accade in altri paesi europei). Quasi tutti i professionisti che conosco svolgono un altro lavoro accanto alla traduzione.
Il sindacato STRADE – Traduttori editoriali sta lavorando molto in questo senso: di recente ha chiesto un fondo permanente per la traduzione editoriale verso l’italiano, degli alleggerimenti fiscali e sta promuovendo la diffusione di contratti che prevedano le royalties, ossia il pagamento al traduttore di una percentuale sulle vendite.
Insomma: ben vengano l’urgenza e la passione, ma, nel momento in cui si sceglie di percorrere questa strada, è importante conoscerne tutti gli aspetti.

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