Andy Warhol era un coatto: vivere e capire il trash

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Andy Warhol era un coatto (sottotitolo: Vivere e capire il trash) di Tommaso Labranca, studioso esperto di sottoculture venuto a mancare neppure due anni fa, edito da Castelvecchi, è un piccolo saggio su un argomento di cui spesso si sente parlare, ma che in pochi conoscono davvero: il trash.

Trash, spazzatura, cultura di serie B, tanti sono i nomi dati a questo genere (musicale, cinematografico, artistico, letterario, televisivo – non ci sono limiti), ma quasi mai se ne sente parlare in termini concreti, sotto forma di analisi. Eppure fa parte della nostra cultura, sempre più, ed è importante e interessante approfondire l’argomento.

Tanto più che, sostiene Labranca, il trash è innato in ognuno di noi. È immanente.

La prima edizione del libro è del 1994, motivo per cui l’analisi verte perlopiù sul trash degli anni ’90 e degli ultimi anni ’80. Ad ogni modo, i concetti sono universali ed applicabili anche per i prodotti odierni.

Labranca crea persino una formula matematica:

kS – R = T

Dove:

  • k è la costante (mancanza di mezzi adeguati, incapacità, errore d’intenzione, massimalismo, confusione, eccessivo ritardo storico e così via, viviamo in un mondo in cui la costante k è di varietà illimitata, ed è su di essa che si regge il concetto stesso di trash)
  • S è lo scopo
  • R è il risultato, quel che si ottiene
  • T è ovviamente il trash che ne scaturisce e ne consegue

Così, per sottrazione, otteniamo quei prodotti terribili e così brutti da essere belli e da meritare la nostra piena attenzione.

Discorso particolarmente vivo in questi giorni, mentre nelle sale italiane esce The disaster artist di James Franco, la pellicola che narra della genesi de “il Quarto potere dei film brutti“: The room di Tommy Wiseau, un lavoro disastroso divenuto con gli anni un vero e proprio cult, tanto da rendere il suo autore una celebrità e ispirare altri film, musical, videogiochi, libri. 

Ricorda per certi versi l’Ed Wood narrato da Tim Burton nel 1994, che ha vinto ben due premi Oscar pur narrando del “peggior regista di tutti i tempi”.

Ma da che cosa nasce il trash? Spesso, dall’imitazione. Quando qualcosa ha successo, ecco che spuntano le copie, inevitabilmente peggiori dell’originale. Basti pensare alle infinite copie di Madonna o Elvis Presley. O ai giornali che imitano la Settimana Enigmistica. O, ancora, alle false creme di nocciola che vorrebbero essere Nutella. A tutte quelle bibite che richiamano inutilmente la Coca-Cola. Sono spudoratamente trash.

Ma le cose sono trash soprattutto per il massimalismo. Per il creatore di trash non esistono sfumature. Così, sopra un edificio cinese potrà fare capolino una bandiera giapponese, una persona di lingua spagnola dovrà per forza di cose indossare il sombrero. Ci sono di mezzo confusione e approssimazione. Chi fa trash lo fa – aspetto fondamentale, sine qua non – senza saperlo. Lo fa per ignoranza, per stima eccessiva di sé e dei propri mezzi, lo fa fondandosi su stereotipi e linee guida confusissime.

Labranca si scaglia contro il pregiudizio estetico, contro la marcatissima distinzione tra cultura alta e bassa (che negli ultimi anni si fa in realtà sempre più sottile). Si scaglia contro chi nasconde la sua passione per il brutto che, a livelli tanto alti, raggiunge vette impossibili da non ammirare. È quel senso di sgomento e di sublime che si potrebbe provare davanti  a certi young adult ispirati a modelli letterari più alti, film come Sharknado, singoli musicali simili a Barbie Girl o programmi televisivi affini a Il boss delle cerimonie.

Dobbiamo avere il coraggio, ci grida Labranca, di trasformarci in Giovani Salmoni del Trash e (magari tappandoci il naso) risalire quel fiume di spazzatura e ignoranza fino a, una volta che le si è raggiunte a nuoto, comprenderne le fonti. Ed è molto più complesso di quel che sembra.

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