Amores Perros: recensione del primo film della trilogia della morte

Anticipazioni. Ripetizioni. Sospensioni. Il tempo è un concetto da manipolare. Una storia raccontata dai vari punti di vista dei personaggi. Niente di nuovo. All’inizio c’è The Killing (Rapina A Mano Armata) di Kubrick, punto.
Amores Perros (Amori cani) è questo e altro. E’ il Messico, anzi Cittā del Messico. E’ anche il melodramma latino-americano che si rinnova cercando spazio nella nuova cinematografia messicana, forse debitrice di quella statunitense o forse suo riciclaggio (il Messico non è da sempre la pattumiera degli States?), senz’altro summa d’esperienze autoctone, figlia del sincretismo economico.
Cominciamo subito affermando che l’esordiente Iņarritu affronta in maniera esperta e senza rete una materia affascinante e bollente come quella del gioco temporale. E per togliere di mezzo la domanda: il film ha dei difetti?, diciamo che si, ne ha uno fastidioso, la divisione in episodi con titoli su nero. Aspetto inutilmente tarantiniano, alla Pulp Fiction, che niente aggiunge, anzi ostacola il libero fluire narrativo. Dicevamo, non a caso, che all’inizio c’è The Killing.

Il film si apre su una folle corsa in auto risoltasi in un groviglio di lamiere, in un impatto esplosivo. Esplode la violenza, il sangue, la sopraffazione. Iņarritu ci lancia senza pietà in un mondo senza pietà. Non ci sono vie di scampo, né per lo spettatore, né per i personaggi. Le tre storie, che s’incontrano nel luogo dell’incidente – centro gravitazionale della narrazione -, non trovano una conclusione felice. I fratelli (in senso lato e preciso del termine) cercano la morte l’uno dell’altro, come i cani uccidono i propri simili, aizzati dagli uomini. La crudeltà è patrimonio umano. La sorte di Octavio, Valeria ed El Chivo è quella di un’umanitā tradita, sfruttata. Come i cani dei duelli clandestini. Vittime di un amore impossibile, dei media, di un’utopia disattesa. Indifesi artefici del proprio destino. Su di loro incombe la cinica storia della società dei nostri giorni.
Inquadrature sporche e senza equilibrio. Niente Dogma. E’ la narrazione che lo richiede. L’equilibrio, la pulizia non appartengono ad una realtà come questa. La m.d.p. è uno strumento indagatore, uno sguardo altro (quello del regista o dello spettatore, è lo stesso). Uno sguardo a volte “nascosto”, a volte presente fino ad invadere l’intimitā dei personaggi, ma anche tramite per interagire con l’esterno extra filmico. Pensiamo ad Octavio, quando, dopo aver proposto alla cognata Susana di fuggire insieme, chiedendole se ha paura, alla risposta negativa di lei ci guarda e con gli occhi confessa che č lui ad averla. Octavio puō confidarlo solo allo spettatore, nel suo mondo (il nostro mondo) non puō permettersi cadute. L’episodio di Octavio si chiude – in realtā si sospende per risolversi verso il finale – con la sequenza iniziale. Il cerchio sembra chiudersi, invece si apre di nuovo, sospingendoci verso altri gironi infernali. Operazione spiazzante. Un sasso gettato nell’acqua. Cerchi che s’irradiano all’infinito.

Presenze non completamente svelate. Lo si avverte costantemente, anche nell’appartamento alto-borghese della modella Valeria. Due chiare riprese dal basso pongono l’attenzione su ciō che accade sotto al parquet, nella colonia di topi che indisturbati assalgono Ricky, il cane della modella, caduto in un buco provocato dalla sua padrona (con la gamba che perderā a causa dell’incidente). Mentre “sopra” la storia d’amore di Daniel e Valeria si sgonfia (come il palloncino I Love You nella camera da letto), “sotto” si consuma l’antico processo di sopraffazione (come nelle strade della cittā) senza che i due se ne accorgano.
Tutto accade per indifferenza.. Mentre i cani divengono macchine di morte, un killer uccide per intercessione della polizia. El Chivo, ex guerrigliero, č il killer in questione, un barbone amante dei cani. Gli uomini non lo interessano, li uccide per denaro. Le foto delle vittime sconosciute si confondono con quelle del suo passato, della famiglia abbandonata, della figlia, suo unico vero rimpianto.
La violenza č presentata per quello che č, cruda, come il sangue č solo una conseguenza dell’atto. La visione dei cani sgozzati fa rabbrividire, quella degli uomini č il risultato delle loro azioni consapevoli. Chi si salverā da questo inferno? Nessuno, probabilmente. Iņarritu non dā speranze, solo una figura, El Chivo, che s’allontana accompagnato dal cane di Octavio, ribattezzato Nero, in un vasto territorio anch’esso nero. L’ultima immagine č quella tragica dell’eroe solitario fordiano – come dimenticare Ethan/Wayne di The Searchers (Sentieri Selvaggi) -, il quale concluso l’ultimo atto della sua errante e complessa esistenza, parte ignaro della sua destinazione, con il peso della propria storia (iniziata con l’abbandono del rassicurante focolare domestico, appunto) e del suo grilletto facile, forse cambiando vita, forse no.

Articolo di Emanuela Liverani (reVision)

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