Un anno di scuola di Giani Stuparich, passione e giovinezza a Trieste

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È stato di recente pubblicato da Quodlibet in edizione curatissima questo meraviglioso racconto di Giani Stuparich, “Un anno di scuola”. Racconto già amato da Montale, che ritrovava in quelle parole la più grande tradizione letteraria triestina, da Svevo a Slataper.

Racconto lirico, delicato. Ci troviamo a Trieste, nello storico liceo Dante Alighieri. Qui, un gruppo di ragazzi è pronto per l’ottavo anno di ginnasio e il relativo esame.

Finché non arriva lei. Edda Marty.

“Edda Marty parlava vivacemente con tutti, si muoveva fra i suoi nuovi compagni come se li avesse conosciuti da anni, e li trasformava.”

Edda era Maria Prebil, nella vita di Stuparich, suo giovanile amore (come tutti gli amori giovanili, serissimo e disperato).

Edda Marty arriva, e tutti s’innamorano di lei.  Ognuno a modo suo. Chi scherzosamente, chi in modo scoraggiato, chi sicuro di sé. Qualcuno, per lei, morirebbe persino. Nessuno riesce a restare indifferente alla sua presenza.

Edda è una ragazza con un coraggio non da poco, per l’epoca in cui vive. S’iscrive, tutta sola, in un liceo maschile, sostiene e supera l’esame d’ingresso.

“Edda Marty camminava leggera nel mondo.”

Cammina leggera, sì, ma con il suo tumulto di fantasmi ogni sera, quando si affaccia alla finestra della sua camera e di nascosto si mette a fumare. Edda che ha voglia di tagliarsi i capelli corti e indossare i pantaloni. Edda col suo passo “ostentatamente d’uomo”. Edda che quando le chiedono la mano risponde – un ombrello in una mano, dei libri in un’altra – di non avere, al momento, mani libere da offrire.

Edda che perde sua sorella per sempre, sua sorella che ama, che vive a Vienna, sua sorella Hedwig (i nomi richiamano Ibsen, ancora e ancora). Sua sorella che le dice: Non fidarti del mondo, e soprattutto non fidarti mai degli uomini. Edda che al funerale porta uno sconveniente cappotto maschile, bianco. Il nero sarebbe stato omologazione, rassegnazione, accondiscendenza.

Edda amata da tutti, venerata. Persino suo padre non chiede altro che una sua parola, una carezza. I suoi professori.

“Non m’avete capita. Io volli essere semplicemente un vostro compagno, e voi m’avete sempre ricacciato nel mio sesso”

Edda che è un’eroina classica, una sorta di nuova Antigone.

E poi Antero, uno dei personaggi più autobiografici in cui sia possibile imbattersi. Antero è Stuparich, ragazzo dolorosamente impacciato. E tumultuosamente felice nello scoprire l’amore della ragazza, sullo sfondo di una Trieste sempre più bella, il cui orizzonte si perde tra il mare e il Carso.

I due s’innamorano, due solitudini unite.

Eros e Thanatos.

“Questa volta si fissarono. Le pupille di lei erano d’una luminosità solare, e per la sua bocca scorrevano i sentimenti come ombre morbide sui prati. Antero naufragò in tutta quella luce e per un attimo ebbe la sensazione che sarebbe stato forse meglio non esistere, perché doleva troppo; e la guardò come se implorasse la morte da lei.”

E intanto tentano di nascondere il loro amore – perché non sia sconveniente, perché non si distrugga tutto.

“Parlavano poco e mai del loro amore, ma di cose indifferenti, lontane.”

E poi neppure riescono a parlare – ci sono solo i baci, che non sembrano avere una fine.

Tutto è perfetto, idilliaco, quasi vivessero all’improvviso in una poesia.

“Se il vento se li fosse portati in alto e li avesse scaraventati in mare, così chiusi là dentro, sarebbero stati felici.”

Ma il vento non li porta via. Anzi, li scaraventa a terra con la forza della bora triestina.

Un ragazzo tenta il suicidio per amore di lei. E tutto, improvvisamente, crolla.

“Se Edda avesse sollevato un attimo solo la testa, se avesse parlato, egli era salvo, lei era salva, tutto avrebbe riacquistato le proporzioni naturali, tutto sarebbe stato come prima, come sempre.”

Ma ciò che s’incrina è impossibile da ricostruire. Il palazzo crolla con le fondamenta. Vengono a galla i dubbi, le incertezze, il bisogno d’indipendenza, le ombre dei tradimenti, gli obiettivi di una vita tanto distanti l’uno dall’altro, l’inesperienza della giovinezza.

“Egli era tanto sensibile e mite, ch’ella trovava un riposo nelle sue parole e nei suoi sguardi; era forse il solo che capisse la sua interna tristezza.”

E le loro tristezze, ecco, si separano di nuovo. Torna, ancora una volta, quell’implacabile e dolorosa certezza che ognuno si porta addosso il suo fardello di male senza poterlo dividere, senza che la condivisione possa renderlo più leggero.  Almeno, non troppo a lungo. La consapevolezza che, come diceva Nietzsche, a guardare troppo nell’abisso se ne diventi parte.

Dopotutto, è solo il racconto di un anno di scuola.

Un anno di scuola che finirà. Tutti costruiranno la loro vita futura. Tutti andranno avanti, sceglieranno strade, diranno parole. Tutti diventeranno adulti. Tutti, forse, col tempo, riusciranno a dimenticare.

Dopotutto, è solo il racconto di un anno di scuola.

Che come ogni anno di scuola cambia tutti, irrimediabilmente.

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