L’ultima estate di Cesarina Vighy, la scrittura come unica salvezza

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Sicuramente tutti ricordate la Ice Bucket Challenge diventata virale nel 2014 sui social media. Bisognava gettarsi un secchio d’acqua gelata addosso, filmare il tutto e condividere il video. Lo scopo, sensibilizzare sulla sclerosi laterale amiotrofica, meglio conosciuta come SLA e, soprattutto, far sì che il passaparola portasse a donazioni per la ricerca. In effetti, ha funzionato: i dollari raccolti (anche per via di donazioni italiane) sono stati milioni. L’acqua gelata, per un po’, paralizzava il corpo, non si aveva più il controllo dei propri muscoli. E questo accade ai malati di SLA: perdono l’uso del proprio fisico, pur restando mentalmente lucidi.

“Camminare eretti e parlare, due facoltà che hanno fatto della scimmia un uomo: io le sto perdendo entrambe. Restano l’inutile pollice sovrapponibile e l’insopportabile coscienza di me.”

Cesarina Vighy (ma per tutti era Titti) era malata di SLA.

Nel 2009 scrive L’ultima estate e vince il Premio Campiello opera prima – oltre a figurare tra i finalisti del Premio Strega. Fazi Editore ha appena ripubblicato il suo libro, assieme a sue poesie e capitoli di romanzi incompiuti. Il nuovo titolo è L’ultima estate e altri scritti.

Le parole di Cesarina Vighy sono proprio come quel secchio d’acqua gelata addosso. Paralizzano.  E danno fuoco a ogni cosa.

“Dicono che si nasca incendiari e muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso.”

Zeta è una donna che sta per morire. Zeta poco a poco non si muove più, ma lo fa la sua mente. Zeta prova dolore, ansima – ma non lo fa la sua prosa precisa, limpida, eccezionale.

“La cosa più stupida da dire a un malato è che lo si trova molto bene, che è una fissazione, che tutti stanno un po’ giù ecc.

La cosa più triste, invece, è quando non te lo dicono più, anzi non sanno bene che dire.”

Zeta prova dolore –  ma la sua scrittura è ironica e catartica. La sua è una voce sferzante, quasi sarcastica. Una voce che vuole ridere in mezzo alla disperazione. Che sa che, come avrebbe detto Camus, in mezzo all’inverno c’è un’invincibile estate.

Fatevi venire o, se lo avete già, coltivate il senso dell’umorismo. C’è tanto da ridere al mondo: degli altri, di voi stessi, delle cose che vi parevano così importanti e invece erano così stupide.”

Una vita che giunge al termine ridimensiona le cose. Dona nuovi occhi. Una nuova vita.

E Zeta comincia a scrivere. Come la sua autrice, trova nelle parole l’unica resurrezione. Scrivere diventa un gesto necessario, salvifico, analgesico.

“Ho fatto il mio nido tra i libri, gli unici che mi capissero e che capissi.”

Zeta scrive e si racconta. Scrive della sua nascita inusuale, di una vita minacciata dalla guerra, di Venezia tanto magica, dell’immensità di Roma, del femminismo, delle lotte vitali. Scrive delle persone che ha amato, dei gesti che ha compiuto. Della vita che ha vissuto.

Degli amici che ha abbandonato, per paura che avessero pietà di lei. Per paura di provare invidia della loro salute. Del medico che le consiglia, quando lei gli rivela di sentirsi soffocare ogni notte, quando gli svela di non riuscire a dormire perché il terrore la fa annegare, di aggiungere un cuscino nel letto. Scrive dei merli che vede al di là della finestra, della gatta a cui ha promesso di andarsene per seconda (Morire – questo a un gatto non si fa, lo sapeva bene anche la poetessa polacca premio Nobel Wisława Szymborska), la gatta che la ama di più da quando è malata perché resta a casa.

Zeta scrive. E la sofferenza si nasconde.

Cesarina Vighy scrive. E la sofferenza scompare.

Perché quello che davvero conta, alla fine, è sparire con sufficiente dignità, sapere di essere stati minimamente amati. Lasciare qualcosa di sé (delle parole, magari). Sentirsi, nonostante tutto, fortunati. E magari andarsene con ironia, sussurrando le stesse ultime parole di Socrate: “Mi raccomando, il gallo ad Asclepio” – che è meglio non avere debiti, dopo la morte.

“Eccoci qua dopo anni di quiete che si potrebbero chiamare anni felici se solo sapessimo, mentre la si vive, che quella è la felicità.”

 

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