Troiane. Variazione con barca

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Troiane. Variazione con barca è uno testo scritto dalla drammaturga siciliana Lina Prosa che ne ha curato anche la regia, interpretato da Emanuela Muni e Maria Angela Robustelli, rappressentato per il Napoli Teatro Festival il 16 e il 17 giugno.

Amatissima in Francia, Lina Prosa ha lavorato alla Comédie Française ed  è stata insignita della onorificenza di Cavaliere delle arti e delle lettere della Francia. Ha scritto e portato in scena una trilogia sulla tragedia degli sbarchi e dell’immigrazione Trilogia del naufragio. «Lampedusa beach» «Lampedusa snow» «Lampedusa way».

Ad aprire la scena è un personaggio misterioso che avanza dal fondo scuro della platea. Indossa un tailleur, occhiali da sole, reca uno zaino sulle spalle, ha un’espressione che sembra sfìngea e impalpabile: è una donna in abito maschile. Illuminata da un fascio di luce bianca si approssima lentamente al palco, sul quale sarà presenza costante alle spalle di altra attrice e personificazione dell’autore in scena.

«Uno, due, tre» «Ecuba perde, Andromaca perde, Cassandra perde» ripete manipolando il tono di voce; poi continua a lungo a rimuginare in simili termini sulle esistenze sconfitte di queste madri e mogli di Ilio, un tempo città gloriosa.

L’orizzonte mitico di riferimento è dato quindi dalla tragedia Le Troiane di Euripide, che fornisce alla riscrittura contemporanea anche un terreno di confronto con l’immaginario odierno chiamato col nome di Ilio 2, Ilio 3 e anche di “Troia fashion show” : sono estensioni nel tempo dell’antica Troia, dei suoi fasti, delle sue ceneri che continuano a posarsi sulla nostra epoca.

Solo gradualmente dunque arriviamo a individuare nella figura summenzionata l’autore di questa “variazione con barca”: lo capiamo con chiarezza quando predispone la scena per l’ingresso dell’attrice, ricacciando dallo zaino foglie secche e gettandole sull’assito.
Spargendo le foglie tutt’intorno ricrea un’atmosfera autunnale e istituisce un rinvio immediato all’idea di caducità e di decadenza delle cose e dei corpi, allo stato di fragilità della città che brucia orribilmente, all’orrore della fine che ha il rumore della fiamma crepitante, alla delicatezza del corpo femminile, esile come il ramo che sostiene le foglie medesime.
Le foglie morenti, accartocciate e rugose come la corteccia del tronco in scena, come pelle di donna vissuta, sono però anche simbolo di rinascita e di resistenza: ricordano che la morte non è ancora sopraggiunta.
Assistiamo così al farsi progressivo dell’evento scenico costruito a partire dalla difficile intesa tra autore e attrice, tra parola che descrive e corpo che esegue: dopo un po’ infatti entra  Bella, l’attrice, recando con sé un ramo scheletrico, ricurvo, bruciato. E’ un residuo dissepolto dalle ceneri di Troia, materia corrugata dal tempo, coriaceo come il corpo della donna che ora lo brandisce, ora lo porta sulle spalle, e che avanza ancora sensuale e bello in vesti sgualcite dalla prigionia.
La variazione del mito di Euripide dipende ovviamente dalla necessità di ricontestualizzarne forme e contenuti entro i giorni nostri, nei quali, secondo Lina Prosa, non è ancora consentito parlare di emancipazione femminile nei termini di una effettiva liberazione, dal momento che il corpo di donna è ancora merce che passa attraverso le immagini. Ciò che non varia nel tempo è invece la funzione della barca come veicolo di schiavitù che trasporta corpi di prigionieri attraverso il mare: come se essi fossero merce di scambio tra «porci borghesi» si urla in scena, forse con troppa insistenza, dal momento che tale invettiva è oramai luogo comune e forse andava riformulata, variata.
Bella è sicuramente figurazione della città antica capitolata (come forse lo è Ecuba nel testo originale di Euripide, stesa a terra, abbandonatasi su “un giaciglio di pietra”) ma è anche reincarnazione di Ecuba, Andromaca e Cassandra insieme, di tutte le donne vinte e rese schiave, di tutti i «corpi di donna distrutti che non smettono di rifiorire».

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