Una serata al Nest con Toni Servillo

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Toni Servillo dietro un leggio dà voce alla lingua materna, al vernacolo di Napoli, nei versi dei poeti scelti per l’occasione di una serata di lettura  (21 dicembre) con cui omaggia il pubblico del Nest (Napoli est Teatro) e il cui ricavato andrà a sostegno della Ludoteca di San Giovanni a Teduccio.

Legge con espressione mimica e gestuale alcuni racconti di esistenze in versi estratti dai repertori poetici di Di Giacomo, Russo, Viviani, Eduardo, Borrelli e Sovente.
Eretto e ricurvo sul corpo metallico del leggio, l’attore recita pochi testi che raccontano straordinariamente i comportamenti sociali del popolo di Napoli, le cui consuetudini ataviche sono diventate repertorio di una “poesia del quotidiano”: imprecazioni, bestemmie, superstizioni, preghiere e invocazioni, povertà e scaltrezza sono i temi portanti, ma c’è dell’altro, la disillusione ad esempio.
Quella di Napoli è gente che non si fa illusioni, neppure sulla protezione dei Santi in Paradiso, contro cui anzi urla a tu per tu in dialetto, e in dialetto, da quegli stessi Santi-uomini, riceve una risposta.

Il percorso di lettura conduce nelle pieghe antiche, nei vicoli, nelle piazze della città di Napoli: dal palcoscenico della strada e dei vicarielli, ascende poi in un paradiso popolato da Santi energici. Celebre è l’immagine della mappata (il lenzuolo con tutti i pezzenti che sale in Paradiso sospinto dagli Angeli) in Lassamme fa’ a Dio di Di Giacomo.
Altrettanto celebre è l’astuzia di Vincenzo De Pretore, il ladruncolo immaginato da De Filippo, che si affida a San Giuseppe per rimanere in Paradiso dopo morto, e con lui in persona interagisce – e persino con Dio, sovrano assoluto in quel posto beato ma insolitamente chiassoso – ottenendo alla fine la grazia di restarvi.
Dal sogno bucolico di Raffale Viviani nella poesia Primitivamente (stupisce sentire parlare della natura incontaminata di Acerra: «Sò stufo  –  scriveva  –  ‘e città, Roma, Milano: quanno voglio fà ‘a vita, vaco ‘Acerra»), alle nudità organiche della lingua di Mimmo Borrelli ne A sciaveca (2008) e in Napucalisse (2012) e infine ai pochi versi in dialetto flegreo di Michele Sovente tratti dalla raccolta Carbones (Garzanti, 2002).

In quest’occasione straordinaria di “teatro di poesia” la lingua napoletana – lingua viva che si evolve nel tempo – si impone come vera protagonista, con i suoi accenti marcati, con i suoi ritmi mimici, gestitici e sonori concitati ed esilaranti, con le sue molteplici funzioni di lingua che racconta, che affresca o che denuncia; lingua che maledice, che ingiuria, che mistifica; lingua che interroga se stessa, la propria storia e il legame imprescindibile con il luogo d’origine, Napoli; lingua, infine, che comunica, che intreccia fili d’intesa con il pubblico, il quale, dal canto suo, ride di cuore, ma partecipa anche criticamente – consapevole della tragedia che si annida nella comicità – negli intervalli della risata.

Facile per Servillo districarsi nel parapiglia dialettale, completare la voce con il corredo di gesti e mimica. Il dialetto è lingua del corpo – Servillo lo sa e lo dimostra – ed è tutta intrisa degli umori, delle intemperanze, dell’energia estroversa del popolo che la parla: è la voce della terra, interamente contaminata con la concretezza dei problemi – determinati dalla miseria (sempre accettata come fatalità), dalla fame e dalla malavita – che quella stessa terra, per ragioni antiche, genera e produce.
Ma la terra da cui quella lingua proviene è anche “terra di teatro”: difatti gli autori che Servillo legge sono tutti o quasi accomunati dall’esperienza del teatro, sono drammaturghi, registi, attori, o poeti che scrivono per essere ‘ascoltati’: penso a Michele Sovente e alle sue cràstule che sono cocci, schegge di vita e di esistenza, ma anche fossili di lingua che restano e che emergono dal movimento sussultorio e verticale (Bradisismo è il titolo di una sua raccolta poetica del 2008) della storia della sua terra. Quelle stesse cràstule non possono fare a meno della sonorità di una voce che le ispessisca, che dia loro vita, che le faccia tornare a vibrare in uno spazio sonoro. Sono citate nella poesia di Sovente Cóse sta léngua sperduta con cui Servillo sceglie di chiudere la serata.

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