Toccare il reale del teatro di Romeo Castellucci

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Romeo Castellucci nasce a Cesena nel 1960 ed è qui che ha fondato, nel 1981, la sua Societas Raffaello Sanzio con l’attrice e drammaturga Chiara Guidi e Claudia Castellucci. Oggi Castellucci e la Raffaello Sanzio sono considerati pezzi di storia del teatro italiano del Novecento grazie a una preparazione attoriale molto precisa, a messe in scena geniali e a una teoria teatrale di base che partono da molto lontano. Romeo Castellucci, infatti, è diplomato in Scenografia e Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna e, sin da subito, la sua ricerca fonde teatro e pittura. Lavori scanditi da visioni, giochi di luce complessi, dove testo e immagini si fondono plasticamente, dove la scena diventa null’altro che un luogo della visione. Tutto questo si evince nel prezioso testo, edito da Cronopio, curato da Piersandra Di Matteo, dal titolo Toccare il reale. L’arte di Romeo Castellucci incentrato sul Convegno Internazionale tenutosi all’Università di Bologna ad aprile 2014 dal titolo “La quinta parete”.

Cos’è l’Attore per Castellucci? Basta ricordarsi di “Attore, il tuo nome non è esatto”, uno degli eventi della manifestazione “E la volpe disse al corvo” tenutosi ad aprile 2015 a Bologna per comprendere che non ha in sé il discorso narrativo ed è privo di ogni volontà e, quindi, di ogni scopo. Si tratta solo di un corpo che viene mosso sulla scena, posseduto da una forza esterna che va a determinare l’azione. Deve essere necessariamente passivo per interpretare. Durante un’intervista, seguita alla laurea ad honorem ricevuta da Castellucci da parte dell’Alma Mater di Bologna, disse che l’Attore è il corpo del teatro che non vede l’ora di entrare in scena. Nel “The Four Seasons Restaurant” presentato ad Avignone nel 2012, lavoro già più vicino a un teatro “di rappresentazione”, ad esempio, tutto questo si può toccare da vicino: l’attore recita in maniera patetica e innaturale, estremizzando il recitato di un attore di prosa, e non smette mai di essere macchina. Il corpo dell’Attore è un pugno nello sguardo dello Spettatore (che sa guardare) ed è un oggetto che (si) fa scena. Avviene un miracolo: l’illusione del Teatro si fonde con la carica pittorica e si fa Arte.

Nel saggio di Amara, “Epopea della Polvere” si cerca di rinvenire la figura di Antonin Artaud, nel teatro di Romeo Castellucci, come figura della carne e storica ma la risposta ci sarà solo, inconsapevolmente e indirettamente, nel saggio di Marcello Neri quando il teologo spiega che Castellucci mette in scena un corpo che sfugge a ogni rappresentazione possibile. Questa è la forza del suo teatro, evidenziato anche nella motivazione per il Leone d’Oro alla carriera attribuito a Romeo Castellucci alla Biennale di Venezia di Teatro del 2015. Ha creato corpi scenici, mondi dove perdersi, terrori e incubi di un Altrove difficilmente percepibile, come accade nella sua personalissima Divina Commedia. Anche per questo motivo le proteste che hanno etichettato Romeo Castellucci come blasfemo, per il lavoro “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”, sono sterili, ignoranti e inutili poiché non prendono in considerazione tutta la poetica della Societas. Il corpo, inteso come parola-carne dal cesenate, invecchia, decade, diventa merda. L’azione iconoclasta tanto criticata, quindi, come la sonda endoscopica nella gola nel “Giulio Cesare”, è, in realtà, una delle rarissime scene di vero Teatro viste negli ultimi anni, piena di senso. È la tragedia della vita, la decomposizione dell’Immagine Teatrale, la violenza del Creato. Il suo teatro è una partitura sonoro-visiva, grazie anche all’apporto essenziale di Scott Gibbons, dove il testo viene sottratto – e, in questo senso, è forte il riferimento al teatro di Carmelo Bene – per operare una ricerca di senso all’interno di noi stessi senza coordinate, come succede ne “Il velo nero del pastore” o in “Go down, Moses” in cui il Mosè prende le distanze dalla comunicazione, si autoesilia, per cercare la sua strada e “tornare Dio in se stessi”.

La Tragedia Endogonidia, invece, rispetto a Genesi-From the Museum of Sleep del 1999 e al periodo biblico-mesopotamico, traccia ancora un altro percorso nel teatro di Castellucci. Per “Endogonidia” si intendono gli esseri viventi che hanno in sé le gonadi che, unito al termine “tragedia”, cioè la morte dell’Eroe, sottintende la fine di ogni presenza vitale. Una riproduzione senza fine e, al contempo, una scissione continua del proprio Io. Sono di scena il il Mito Contemporaneo, bozzetti di vita quotidiana, quadri dei quali non ci vengono mai forniti chiavi di lettura. Un progetto durato tre anni e sviluppatosi in diverse città, tra cui Cesena, Bergen e Roma, che ridisegna il concetto di Performance della Societas Raffaello Sanzio. Ed è proprio qui che Castellucci teorizza al massimo la netta corrispondenza tra immagine e processo per la creazione di un nuovo Corpo. Daniel Sack lo spiega bene nel suo intervento e ipotizza un parallelo tra Walter Benjamin e Castellucci sul significato di Evento Messianico e su una nuova configurazione teologica di Teatro dove l’Attore (e nemmeno il Regista) non è al centro di tutto.

 

AA.VV.
Toccare il reale. L’arte di Romeo Castellucci

a cura di Piersandra Di Matteo
introduzione di Marco De Marinis
saggi di Eleni Papalexiou, Lucia Amara, Marcello Neri, Marie Hélène Brousse, Joe Kelleher, Dorata Semenowicz, Nicholas Ridout, Enrico Pitozzi, Daniel Sack, Shintaro Fujii, Alan Read, Gian Maria Tosatti, Romeo Castellucci, Annalisa Sacchi, Snejanka Mihaylova, Massimo Marino
con trentasei fotografie di scena di Romeo Castellucci, Luca Del Pia, Yota Kataoka, Guido Mencari, Giulia Fedel, Bernd Uhlig
con il contributo del Comune di Bologna
e del Dipartimento delle Arti dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

Napoli, Cronopio, 2015
pp. 238

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