Tino Caspanello: la crisi è altrove e dalla crisi c’è sempre chi fa buoni affari

Tino Caspanello

Tino Caspanello si diploma nel 1983 in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Perugia dove segue anche un corso di regia a cura del Centro di Documentazione dello Spettacolo. Ritornato in Sicilia, collabora come scenografo con diverse compagnie messinesi; nel 1984 è assistente alla regia di Arnoldo Foà. Nel maggio 1993 fonda l’Associazione Culturale Solaris – Compagnia Teatro Pubblico Incanto con cui allestisce e interpreta più di 30 spettacoli di autori quali Eduardo De Filippo, Jacopone da Todi, Shakespeare, Pirandello, Albee, Melville, Consolo, Wilcock; parallelamente, inizia la sua attività di drammaturgo. Scrive e mette in scena: Sira; Kiss; Mari (Premio speciale della Giuria – Premio Riccione Teatro 2003); Rosa (Primavera dei Teatri, Castrovillari, 2006); ‘Nta ll’aria (Primavera dei Teatri, Castrovillari, 2007); Handscape (Blogtext Festival, Graz, Schauspielhaus, 2008); Malastrada; Fragile (Teatri in Città, Caltagirone, 2009); Terre (CapoArte Festival, Ricadi, 2010); Interno (Sala Laudamo, Messina, 201); 1952 a Danilo Dolci (Primavera dei Teatri, Castrovillari, 2012); Quadri di una rivoluzione, Nuovo Teatro Sanità, Napoli, 2015; Niño (ZO, Catania, 2016). Nel 2008 riceve il premio dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro. A maggio del 2011, insieme ad altri drammaturghi provenienti dal Belgio, dalla Turchia, dal Canada e dalla Polonia, è ospite del Troisième Bureau di Grenoble al Festival Regards Croisés, durante il quale viene presentato in francese A l’air libre (Nta ll’aria). Dirige nel 2011 il Pubblico Incanto Artheatre Festival. È stato docente di Regia e Scenografia nel Master “Teatro Euromediterraneo”, Università di Messina nel 2008 e di Drammaturgia nella prima e nella seconda edizione del Master “Animas”, Accademia di Belle Arti di Palermo, 2011 e 2012, docente di Scrittura Scenica al DAMS – Università di Messina, 2012, docente di Teoria e Tecnica della Scenografia DAMS– Università di Messina 2016. Nel 2014 il suo testo Quadri di una rivoluzione ha ricevuto il Palmarès Eurodram presso la Maison d’Europe et d’Orient di Parigi; tradotto in francese da Christophe Mileschi, è stato pubblicato in Francia da Presses Universitaires du Midi. Nel mese di ottobre 2015 ha tenuto il workshop di Drammaturgia presso Viagrande Studios (CT) e fino a novembre 2015 è stato Visiting Professor nel settore Performing Art del Progetto “Nel bosco / In the wood” in vari comuni del Parco dei Nebrodi. I testi di Tino Caspanello sono pubblicati in Italia da Editoria & Spettacolo nei volumi: “Teatro di Tino Caspanello” (Mari, Rosa, Nta ll’aria, Malastrada, Sira, Interno, Fragile), collana faretesto, a cura di Dario Tomasello, 2012; “Quadri di una rivoluzione” (Quasi notte, Quadri di una rivoluzione, 1952 a Danilo Dolci, Terre, 1-2 p.m.), collana Percorsi, 2013; “Polittico del silenzio” (Ecce Homo, Kyrie, Agnus), collana Percorsi, 2016. Il suo romanzo”Salvo” è pubblicato da Caracò Editore, 2016.

Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

Potremmo parlare di crisi culturale se non avessimo più niente da dire, da raccontare, da creare, ma a ben guardare non mi pare sia così. La crisi, caso mai è altrove; ma lo sappiamo, ci sono diversi modi per governare uno stato, una società, e tra questi, appunto, la crisi: una crisi vera, falsa, generata, amplificata, pubblicizzata soprattutto, e nelle crisi c’è sempre chi si fa buoni affari. Mi pare che questo stia accadendo nel teatro, l’ingerenza di una politica insipiente (ne abbiamo conosciuta una intelligente?), che per sopravvivere deve far sì che tutto le assomigli. Se il teatro è in crisi, dunque, lo è perché sta mutuando dalla politica, da questa politica, e dall’economia, da questa economia, i meccanismi peggiori.
Crisi generazionale e di identità? Sono cumulabili, mi pare. Le generazioni non dialogano più, siamo reclusi nelle nostre parentesi anagrafiche, rifiutiamo il vecchio in nome di una avanguardia (?) che non sa, non può, guardare avanti, e questo sicuramente è un limite alla definizione di una identità che si può costruire solo storicizzando il nostro presente e il nostro divenire.
Crisi di opportunità? Questa vale per tutti. Se aprire un teatro, anche piccolo, aprire un negozio, gestire una attività, vuol dire andare a sbattere la testa contro la burocrazia, i cavilli, norme grottesche e tasse, allora sì, le opportunità si riducono molto, troppo, e solo chi ha strumenti potenti e denaro può permettersi ormai il lusso di continuare. Gli altri si accontentino o soccombano. È, come scrivevo prima, il principio base della nostra economia, che non crea e non preserva le opportunità, ma è attenta alla produzione e alla competitività, tralasciando un particolare: gli esseri umani.
Tempi e modi dello sviluppo della crisi? Mi interessa più che altro capire quando ne decreteranno la fine.

Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?
C’è una definizione di idea teatrale forte? Credo ci siano delle idee efficaci, il problema sta nel rendere funzionale la loro efficacia. Che sia forte o meno, non mi interessa. A teatro un gesto può essere forte quanto un’intera tragedia classica, oppure svanire se diventa solo un segno sorretto da estetismi e sofismi intellettualistici.

Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?
Due cose immutate nel tempo, da quando si riempivano le cavee dei teatri classici. Il problema è che non ce lo insegnano più.

Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?
La cultura ha come principio il rinnovamento continuo, non ce ne accorgiamo, non ne percepiamo i mutamenti, impercettibili a volte, ma se avessimo la possibilità di allontanarci dal presente, potremmo vedere quanti cambiamenti avvengono nello scorrere di un istante.
Più che di modello culturale (non mi sono mai piaciuti i modelli culturali) porrei l’attenzione su modelli etici, in cui al centro del progetto deve esserci la relazione, la ri-conoscenza, il dialogo.

Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?
Certamente lo Stato italiano sostiene il teatro, un teatro, non tutto, una parte, alcuni, sempre meno numerosi, a volte i soliti, troppo spesso i soliti, intoccabili quasi. Questo è un modello per esempio, e il peggiore.

Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.
Aprire più spazi, sostenendo i costi di gestione o partecipandovi; alleggerire il carico fiscale adeguandolo ai reali incassi; controllare gli enti che sprecano denaro pubblico per produzioni esose e senza alcun ritorno economico… sono veramente tante le misure, e oggi quasi tutte hanno veramente una urgenza.

Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?
Sarebbe insensato non metterli più in scena. Il problema, casomai, è l’insensatezza di alcune reinterpretazioni dei classici. Politica e direzioni artistiche. La domanda però è doppia….
Quanto influisce la politica nella scelta di un direttore artistico? Tanto? Troppo? E ancora oggi mi pare che non sia banale affermarlo. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti.
Se invece ci si riferisce alle scelte politiche che un direttore artistico opera durante il suo mandato, allora penso che la sua nomina debba essere revocata.

Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?
Credo di sì, quando la violenza di alcuni segni è solo un modo per impressionare. C’è, ad esempio, una dittatura delle immagini, di un teatro in cui l’immagine, indecifrabile oramai, è solo usata per il suo portato formale e non semantico. Credo che la non leggibilità di un’opera, il parlare oscuro, costituiscano in un certo senso una sorta di esercizio del potere, che non crea dialogo e non fa luce. E oggi invece ne abbiamo tanto bisogno, proprio oggi, tempo in cui l’urgenza più grande è quella di “rimettere insieme”, ri-creare.

È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?
Discutiamone, parliamone, incontriamoci, disponiamoci a rimettere in gioco il nostro lavoro, di artisti, di spettatori, di critici; ma dobbiamo farlo tutti, tutti dovremmo essere disposti a rivedere le nostre posizioni. Ne siamo sicuri? Lo vogliamo? Il punto comune c’è, il teatro ovviamente, ma forse lo stiamo perdendo di vista.

Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?
Se il teatro non fosse per gli spettatori, allora questi non avrebbero nessuna importanza… ma a volte anche questo perdiamo di vista, chiudendoci dentro una autoreferenzialità che mette da parte chi guarda, ne svilisce la sue capacità percettive e intellettive. Così, come per la politica, il pubblico diventa massa informe, numero, biglietto, mani che alla fine che devono applaudire. Volenti o nolenti.  La formazione del pubblico, necessaria, certo, a patto che sia un serio intervento finalizzato a creare capacità interpretative, di fruizione profonda e critica, e non indirizzare gusti e creare mode.

Extra: Prima di salutarvi, ringraziandovi per la collaborazione, vi chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua/vostra missione teatrale? Come immaginate la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni.
Missione teatrale? La parola missione evoca altri termini che niente hanno a che vedere col teatro. Cerco soltanto di raccontare il mio tempo, non altro, cerco di trovare un modo per raccontarlo e che si ponga l’obiettivo di fare luce, accendere barlumi di coscienza, dentro e fuori di me.
Come sarà la situazione tra cinque anni? Non la immagino, o meglio, posso progettare il mio percorso, sicuramente, ma immaginare i prossimi cinque anni non tenendo conto di tutti i fattori esterni, mi pare veramente impossibile.

 

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