Thin White Rope: brevissima storia e discografia

Cominciamo dalla fine. Anzi, cominciamo dall’inizio della fine: dal primo brano suonato dai Thin White Rope in occasione del loro ultimo concerto, a Gent, in Belgio, nel 1992, performance registrata e poi pubblicata interamente nell’album The One That Got Away. Questo primo pezzo si intitola Down in the Desert, e per giunta è anche il primo nella scaletta del primo album dei Thin White Rope. Tre minuti di chitarre elettriche morriconiane su un ritmo incalzante, e una voce scura, roca e inquietante che canta di un tale Karl, persosi nel deserto e risbucatone fuori diverso: ‘Qualcosa l’ha contagiato, giù nel deserto’. Questo brano potrebbe essere un perfetto assaggio del mondo dei Rope, come il live in cui esso è contenuto è – forse più di qualsiasi album in studio – uno specchio fedele di quello che il luogo comune vuole essere il ‘sound desertico’ del quartetto, fatto di chitarre che combinano l’acidità senza compromessi del Neil Young più elettrico e qualcosa dei proverbiali intrecci dei Television (con la manopola del gain dell’amplificatore, però, a 10, e portati in un contesto selvaggio, non metropolitano), in un clima straniato, da miraggi ed allucinazioni.
La costante sulla quale il suono dei Rope si è sempre sostenuto negli anni è infatti una formidabile coppia di chitarristi: Roger Kunkel e Guy Kyser, quest’ultimo leader della formazione, suo principale autore e voce solista. Il che fa la differenza: musicalmente, la band potrebbe essere definita come un’espressione estrema del suono del ‘paisley undergound’, ossia un’ammodernamento vagamente psichedelico della tradizione musicale americana negli anni del post-punk, ma la voce di Kyser, nervosa, roca, parente alla lontana di quella di Captain Beefheart, spedisce (oserei dire più del suo stile chitarristico quasi sempre sul filo del feedback) la musica del gruppo letteralmente su un altro pianeta, scandendo testi anch’essi catalogabili come ‘psichedelici’, non perché parlino di viaggi spaziali o fate ed elfi, ma perché sembrano arrivare da uno sguardo sulla realtà troppo sfocato o troppo a fuoco.
Questi commenti potrebbero funzionare, con leggerissimi aggiustamenti, se applicati a qualsiasi disco dei Thin White Rope, ed è per questo che ci pare opportuno, se non sapete da dove iniziare, consigliarvi di avvicinarvici a partire dal loro ultimo live: non solo la scaletta (26 brani) rende giustizia a tutta la carriera di Kyser e compagni, ma anche il suono migliora la resa di molte canzoni (se possiamo trovare un difetto ai dischi dei Rope è che talvolta le produzioni così pulitine e ‘ghiacciate’ tipiche degli anni ’80, soprattutto nei primi album, ne limitano il potenziale). Vi si trovano poi chicche come cover di Dylan o Hawkwind, in un’immersione di quasi due ore tra dissonanze chitarristiche e una sezione ritmica impressionante.
Il live del 1992 arriva dopo 7 anni di carriera, in cui i Thin White Rope cercano, un piccolo passo alla volta, di modellare il proprio suono, che se rimane costantemente ‘americano’ e ‘desertico’, si arricchisce pian piano di sfumature diverse, ma rimane ancorato ai canoni sopra descritti, iniziando con lo sferragliante Exploring the Axis (forse la produzione che più di tutte risente delle orribili sonorità eighties), proseguendo con i più straniti Moonhead e In the Spanish Cave, e arrivando alla maturità con Sackful of Silver (forse, quanto a sonorità, il lavoro più compiuto della band) e The Ruby Sea. In mezzo, anche qualche EP, tra cui il più degno di nota ci sembra essere Squatter’s Right, interamente costituito da cover, tra cui spiccano estratti dal repertorio di ByrdsHendrix e addirittura Avion Travel (sì, proprio quelli…) – a rendere palese un amore per le cover dichiarato, oltre che dai già citati brani live, anche da un paio di rielaborazioni eccellenti come le revisione in formato quasi pop di Yoo Doo Right dei Can e una strepitosa Rocket USA a firma Suicide. Il tutto con qualche cambio di formazione (vi risparmiamo l’albero genealogico del caso), che ha visto più coppie di strumentisti alternarsi nel ruolo di sezione ritmica (pur con una continuità stilistica, a dispetto delle variazioni, notevole).
Negli ultimi anni le apparizioni soliste degli ex-Rope sono state pochissime, e solo nel 2002 Kyser è tornato sulle scene con i Mummydogs. Certo non si tratta della ‘tipica’ carriera costruita sulle glorie passate: i Thin White Rope rimangono uno dei segreti meglio custoditi (e peggio trattati, i loro dischi sono tutti in catalogo e distribuiti un po’ ovunque ma per quel che ne sappiamo si fa prima a comprarli per corrispondenza che ad ordinarli al proprio negozio di fiducia) del sottobosco rock americano, così fuori dalle catalogazioni ma allo stesso tempo così tradizionali da finire con l’essere, semplicemente, unici.

Articolo di Luca Fusari per Musicboom

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