The Sound. Salutando Vittorio Gennari


Come se non bastassero dolori collettivi, lutti personali e i tanti momenti difficili che abbiamo attraversato per detestare l’anno 2020, questi mesi drammatici resteranno nella memoria degli appassionati di jazz per la scia di caduti illustri che si lasciano alle spalle: Jimmy Cobb, Lee Konitz, Ellis Marsalis e McCoy Tyner sono solo alcuni dei musicisti che ci hanno lasciato di recente, sia per complicazioni legate al Covid, sia per malattie pregresse ed età avanzata. La lista si allunga ora con un nome forse meno noto a livello internazionale, ma che rappresenta una delle storie più belle del recente jazz italiano: quello di Vittorio Gennari, altosassofonista scomparso il 26 luglio nella sua città d’origine, Pesaro.

Avevo letto per la prima volta di Gennari in un articolo di Catervo Cangiotti comparso sulla rivista «Jazzit», e la sua biografia sembrava tratta da quei libri di racconti sul mondo della musica a cui si stenta sempre un po’ a credere. Era nato nel 1932, in una famiglia di contadini, musicisti dilettanti. Le umili origini e l’assenza di sostegni economici allo studio non gli consentirono di frequentare il conservatorio; così, passato del sax dopo un’iniziale passione per il clarinetto (i cui rudimenti aveva appreso dal fratello) e ormai votato alla causa di quella musica che arrivava da oltreoceano, cominciò a a studiare da solo i primi vinili di Charlie Parker, assimilando tutto quello che poteva assimilare e costruendo il suo fraseggio sulle grammatiche bop e cool. Intorno ai 26 anni decise di tentare la fortuna in Scandinavia, dove suonò il orchestre da ballo e swing, lavorando anche con Frank Foster e Tony Scott. Tornato a Pesaro sei anni dopo, fu sax alto per artisti di successo in tournée, protagonista di molte jam session nel marchigiano e divenne riparatore di strumenti musicali; all’inizio degli anni Ottanta, inoltre, cominciò a collaborare con la neonata Marche Jazz Orchestra di Bruno Tommaso. Assurse in breve tempo al rango di leggenda locale, pur non avendo mai licenziato un disco a suo nome.
La grande svolta di questa nostra narrazione arriva nel 2006, quando una partecipazione alla Festa dell’Unità di Pesaro porta il suono del sax di Gennari all’attenzione di Sergio Veschi, patron della Red Records. Breve inciso sulla Red, che per longevità e qualità del catalogo è una delle poche realtà discografiche in grado di competere con le più radicate labels americane: dal 1976 a oggi ha prodotto dischi di protagonisti mondiali – e bastino qui i nomi di Jerry Bergonzi, Barry Harris, Cedar Walton e Bobby Watson – come anche lavori di giganti del nostro jazz quali Franco D’Andrea e Massimo Urbani. Veschi rimane folgorato dal suono di questo ragazzino di appena 74 anni di cui conosce poco o nulla e gli propone subito di registrare qualcosa per la sua etichetta. È così che, un anno dopo, esce The Sound, un piccolo successo che giunge rapidamente alla seconda ristampa.

Il disco è la sintesi della lunga esperienza di Gennari, che per l’occasione porta in studio la formazione con cui si esibisce da anni, composta da Roberto Bachi al piano, Joe Pagnoni alla batteria e Massimiliano Tonelli al contrabbasso. Non ardito nelle scelte dei materiali su cui improvvisare, né sperimentale in alcun modo, The Sound è soprattutto un disco ben suonato, dove la voce rotonda ma a tratti increspata del contralto del leader si muove tra standard americani (molto tenera la Everything Happens To Me collocata a metà dell’album), pezzi del canzoniere italiano e un paio di originali, I Don’t Know, firmata da Gennari, e Bachi’s Blues, composta dal pianista. Forse il brano più indicato per cogliere la cifra del disco, come dell’arte del Nostro, è In cerca di te. Il pezzo di Testoni e Sciorilli, datato 1944, è uno dei maggiori standard della tradizione italiana (ne ha registrato una propria versione anche Stefano Bollani); qui l’affiatamento del quartetto raggiunge il suo apice, e Gennari costruisce un assolo dalle forte venature blues ma allo stesso tempo estremamente melodico, lasciando emergere l’influenza di un altro grande modello quale Art Pepper.

Semplice senza risultare stucchevole, anzi riuscendo elegante, The Sound potrebbe addirittura essere il disco ideale con cui avvicinare al jazz chi è totalmente a digiuno di questa musica. Gennari avrebbe poi registrato altri tre dischi per la Red (Melodies, 2009; Italian Songs, 2010; Blues, 2013), che come suggeriscono i titoli non si allontanano dai binari privilegiati della ballad, specialmente di provenienza italiana, e del blues – a tal proposito vale la pena segnalare un pugno di brani dell’ultimo album, realizzato con la partecipazione del vibrafonista Daniele Di Gregorio, come una movimentata Birk’s Work o l’interpretazione molto lenta dell’originariamente frenetica Mr. P. C. di Coltrane. E si tenga sempre conto del fatto che il giovanotto che licenzia quest’ultima fatica aveva, allora, 81 anni.
Si è parlato, per questi ultimi anni di vita di Gennari, di una nuova primavera, tra dischi, tante attività nella città di Pesaro al fianco del jazz club locale (che al suo decano ha dedicato un commosso ricordo) e un meritato ancorché ritardatario riconoscimento nazionale. Vittorio non è più con noi, ma queste registrazioni e questo Sound restano eccome; e resta la vicenda di questo vecchio sassofonista che passa una vita tra sale da ballo, orchestre e formazioni minori, facendo da guida ai giovani musicisti e riparando gli strumenti dei colleghi più blasonati, e che improvvisamente licenzia un album per un’etichetta di prestigio. Una di quelle che solo lo strambo mondo del jazz sa ancora regalare.

Articolo di Giuseppe Andrea Liberti

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