Television Personalities: bigger than the Beatles?

Quella che oggi possiamo definire come la ‘rivoluzione’ musicale del punk, alla fine degli anni ’70, oltre ad aprire porte sconosciute a sensibilità artistiche e produttive dando il via libera al fiume in piena della New Wave e di tutti i ‘post’ del caso, ha in qualche modo ridato libertà e creatività a quella componente tradizionalista impressa nella musica pop inglese dai Beatles in poi. Grazie allo scombussolamento degli anni ’76-’77, a trovare nuovi spazi e modalità di espressione non sono state soltanto le voci di chiara derivazione rock ‘dura’ (i vari PistolsClash) o gli innovatori più smaliziati (pensiamo al Pop Group piuttosto che ad alfieri del post punk come Joy Division o Gang of Four), ma anche una piccola schiera di personaggi che hanno garantito, nel pieno della tempesta, una vera e propria continuità con gli allora tanto vituperati anni ’60, mantenendone a galla gli aspetti più vitali. Ecco così affiorare, nel calderone della musica popular della fine degli anni ’70, nomi come quelli di Robyn Hitchcock o di Paul Weller, senz’altro aiutati dall’effervescenza del mondo musicale britannico dell’epoca a ridare voce ad ispirazioni fortemente influenzate dal decennio precedente, fossero esse la psichedelia dei Pink Floyd barrettiani o il power pop dei primi Who.
Di questa schiera di ragazzi cresciuti con le musiche dei ’60 e trovatisi di colpo in piena rivoluzione faceva parte anche una figura minore di quelle che il mondo del rock non smette di generare, e il cui status rimane a tutt’oggi quello di ‘culto’. Stiamo parlando di Dan Treacy, cuore del progetto Television Personalities, autore memorabile e outsider per eccellenza.

Il giovane Dan, londinese di Chelsea innamorato della Swingin’ London e dell’underground degli anni ’60, non potrebbe avere occasione migliore di quella presentatagli dall’irrompere del punk nella vita dell’inglese medio del 1976-77: assieme all’amico Edward Ball forma i Teen 78, autori di un paio di singoli autoprodotti (cosa impensabile fino a qualche anno prima) che, anche grazie alle attenzioni del proverbiale John Peel, hanno un discreto successo di vendita e consentono ai due di essere accolti in casa della giovane etichetta Rough Trade che, nel pieno del suo massimo splendore creativo, ristampa – a guppo ribattezzato Television Personalities – quello che rimane il loro unico vero singolo di successo, Part Time Punks, una divertente descrizione di usi e costumi dei teenager inglesi dei tardi anni ‘70. All’epoca il suono del gruppo già si delinea come un pop-punk scombinato e malmesso, con evidentissimi influssi anni ’60 sia nella musica che nei testi e nell’immaginario (in primis le suggestioni della cultura Mod e della pop art), come dei Jam immersi nell’acido.

Il primo album dei TVP, …And don’t the Kids just Love It, esce per Rough Trade nel 1980, e sintetizza al meglio il paradossale miscuglio di stili di quello che al momento della registrazione del disco è un trio (a Treacy e Ball si aggiunge Mark Sheppard); la registrazione quasi casalinga risparmia al gruppo le agghiaccianti sonorità da freezer del mainstream dell’epoca, e alimenta ulteriormente il sospetto che potrebbe trattarsi di un disco uscito da un archivio dopo, se non quindici, almeno dieci anni di attesa. All’interno di …Love It si trovano tanto dei numeri di power-pop tra Jam e Kinks (This Angry Silence, la stupenda Silly Girl che ci sentiamo di straconsigliare a qualunque gruppo pop-punk intraprendente in cerca di una buona cover, la caricatura à la Davies di Jeffrey Ingram, la welleriana Look Back in Anger) quanto delle parentesi più in linea con la psichedelia d’epoca, come Family Affair o I know where Syd Barrett Lives (quest’ultima a suggerire quanto fosse forte il legame di Treacy con le generazioni musicali precedenti). Il tutto a riempire i solchi di un album che pur nel suo essere eterogeneo e a tratti sconclusionato rimbalza costantemente tra due decenni di musica pop inglese riuscendo a conciliarli in una maniera che ancora oggi, a nostro parere, suona sorprendente.

I ragazzi bissano nel 1981 con Mummy Your not Watching Me, che sin dalla copertina a collage suggerisce la stessa mescolanza di generazioni pop del predecessore, forse con una tendenza più marcata alla psichedelia, con accenti sia ‘classici’ (la straniata Scream Quietly, il caleidoscopio di Brian’s Magic Car o la spensierata Painting by Numbers) che addirittura dark (A Day in Heaven e David Hockney’s Diaries, lente e pesanti di riverberi, rasentano il dub). È con questo album e in questo periodo, a cavallo tra il 1981 e il 1982, che i TVP iniziano a scollarsi da ciò che succede nel ‘mondo reale’ (il post-punk o il synth-pop, per esempio) e a guadagnarsi l’ambiguo status di gruppo di culto, con un buon seguito in Europa continentale ma sempre meno fans in Gran Bretagna. Non che i ragazzi non si impegnino per raggiungerlo, dato il loro poco attaccamento alle regole dello showbusiness: le cronache dell’epoca parlano dei concerti dei TVP come dei veri e propri happening psichedelici con palchi affollati di ballerini e veggenti (!?!) e vassoi di droghe offerti spensieratamente al pubblico. Quello che si delinea è un vero e proprio revival del periodo 1966-68, filtrato da una sensibilità punk che privilegia sonorità grezze e, sotto l’aspetto del marketing, l’autoproduzione: è fondando un’apposita etichetta, la Whaam!, che Treacy pubblica sia Mummy… che la successiva antologia di inediti e demo They could Have Been Bigger than the Beatles, non molto diversa dalle uscite precedenti nel suo accostare pop e psichedelia più spinta (con un leggero vantaggio a favore degli ingredienti più freak), con tanto di omaggio ad un altro gruppo di outsider degli anni ’60, i Creation, rievocati nelle cover delle loro celebri Painter Man e Makin’ Time.

Nel 1982 Treacy caccia Ball dai TVP e sancisce defintiviamente la propria centralità nel decidere della vita del gruppo (non che la cosa fosse mai stata in discussione, ma certe questioni di forma hanno la loro importanza…). Ad essere registrato è quindi quello che rimane probabilmente l’album più affascinante dei Television Personalities, in quanto si pone sia come compiuto ritorno musicale al passato che come momento di decisivo scarto nella crescita della scrittura di Treacy. The Painted Word riecheggia infatti in maniera più spudorata che mai le sonorità di certi mostri sacri degli anni ’60 (in primis Velvet Underground e Byrds, mescolati in un suono scarno, molto percussivo e punteggiato di ricami chitarristici fatti di inconfondibili 12 corde elettriche), mettendo tale ispirazione al servizio di un umore che non è più granché spensierato o allegramente stordito: la cadenza lenta e meditabonda dell’iniziale Stop and Smell the Roses (splendida canzone d’amore triste) la dice lunga sull’umore dell’intero album, che quando non è malinconico è nervoso e vibrante. Un episodio come il walzer stupidino Bright Sunny Smiles non convince che sia l’ironia a farla da padrona, se accostato al bozzetto di A Life of her Own, alla disincantata Someone to Share my Life With, o a Happy all the Time e Say You won’t Cry, altre potenziali cover da urlo per qualsiasi indie-rocker sentimentale; ci sono poi momenti di chiara incazzatura, come A Sense of Belonging (un disincantato inno alla pace e alla comprensione, abitudini fin troppo fuori moda allora come oggi) o Back to Vietnam(il titolo dice tutto). Le dichiarazioni di Alan McGee sullo sticker pubblicitario applicato alla copertina di The Painted Word accostano l’album a quelli di Nick Drake o a Sisters Lovers dei Big Star, e dobbiamo ammettere che quest’ultimo paragone, fatte le dovute proporzioni, calza più che bene: nei solchi di questo disco dei TVP si sentono un’insoddisfazione e una frustrazione davvero toccanti, espresse con niente altro che un pugno di bellissime canzoni. Con l’illustre predecessore, The Painted Word condivide anche una storia difficile: ultimato nel 1983, anno in cui i TVP sono sulla soglia del dimenticatoio, viene pubblicato solo nel 1985, dopo una serie di dispute legali (riguardanti la copertina) tra Treacy e l’impianto che dovrebbe stampare le copie dell’album.

Dopo la pubblicazione del loro terzo album, i TVP si eclissano pian piano, pubblicando qualche singolo e continuando a suonare dal vivo, facendo aspettare il proprio sterminato esercito di fan (?!?) fino al 1989 prima di tornare alla ribalta con Privilege, album che conferma la buona vena e l’ormai avvenuta maturazione di Treacy come autore, ma che affonda le sue buone intuizioni in una produzione piatta e scialba, che svilisce ballate malinconiche come Conscience Tells Me No o All My Dreams are Dead (forse il definitivo addio di Dan agli entusiasmi pop della sua gioventù) o dipinti a tinte fluorescenti come Salvador Dali’s Garden Party. Qualche miglioramento sonoro andrà di pari passo con il farsi sempre più cupa e disincantata dell’ispirazione di Treacy nei non disprezzabili album successivi (soprattutto in Closer to God del 1992, dotato di una produzione notevolmente più ruvida del predecessore), a confermare il sospetto che fu soprattutto tra il 1979 ed il 1983 che Dan seppe trovare più che mai un punto di congiunzione impensabile tra la spontaneità e l’esuberanza del ‘nuovo’ punk e le colorate sorprese della ‘vecchia’ psichedelia (anche se siamo convinti che il gruppo sia di quelli che si amano senza condizioni o si ignorano completamente), tracciando un percorso musicale personale anche nelle citazioni più smaccate.

L’intero catalogo dei TVP fino a Privilege è stato recentemente ripubblicato dalla Fire Records in una serie di ristampe di ottima qualità e a prezzo medio. Non abbiamo notizie certe su una loro distribuzione regolare in Italia, ma ci auguriamo che qualcuno ci faccia un pensiero, dal momento che si tratterebbe ‘solo’ di dare visibilità ad una delle pagine minori più importanti del pop contemporaneo (e qualcuno pensa davvero che i TVP avrebbero potuto essere più grandi dei Beatles…)

Articolo di Luca Fusari

Manfredi

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