Tecniche di esposizione, una raccolta fondamentale per capire Benjamin

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Probabilmente uno dei saggi più lungimiranti del Novecento, su cui probabilmente si scriverà ancora per tanto tempo, è “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” di Walter Benjamin. Il concetto formidabile della dissoluzione dell’aura è perfetta per analizzare le piattaforme digitali in cui è indistinguibile l’originale dalla copia, in cui produttore e consumatore sono fusi in una sola figura. In effetti, l’impossibilità di poter reperire l’originale rende ogni tipo di materiale multimediale radicato nel suo presente e, soprattutto, sprovvisto di autore.

L’Associazione Italiana Walter Benjamin (AWB) ha preso spunto dalla nuova edizione critica del saggio, in uscita in Germania, e, con un ciclo di seminari, ha affrontato l’intero lavoro di Benjamin attraverso diverse prospettive, dalla caduta dell’aura fino all’estetizzazione della politica.

Tecniche di esposizione è una raccolta fondamentale per gli studi benjaminiani anche perché propone la prima stesura dell’opera, per la prima volta in Italia, corredata da un ricchissimo apparato critico.

Saggi che spingono a riflettere sul rapporto tra uomo e tecnica e, soprattutto, tra soggetti e macchine che, oggi, nell’era dei social network, sono praticamente ibridate all’umano. Non solo, gli oggetti d’arte sono praticamente riattivati, non riferendosi più ad un originale. L’opera d’arte cambia di segno, non ha più valore di culto ma espositivo e il pubblico può partecipare attivamente, e in modo critico, alla sua formazione senza perdere di vista il lato edonistico. Cambia la ricezione ed è invertito il criterio di autenticità che, invece di essere basato sul rituale o sulla forma pura in sé, si basa sulla politica. Ciò permette una partecipazione attiva del fruitore, innervato ad altri fruitori, nella creazione di un nuovo contenuto, di un corpo nuovo, che diventa collettivo e non più riconducibile ad un unico autore. Nel cinema, secondo Benjamin, lo spettatore può identificarsi con l’attore attraverso la telecamera, che può allargare il suo campo di percezione. Nel fascismo, è lo spettatore, invece, ad essere portato in scena, ad essere l’oggetto inconsapevole di un’estetizzazione politica. La politicizzazione dell’arte, invece, parte da qualcosa di molto diverso. Lo spettatore è parte attiva della propria condizione (come negli esperimenti filmici di Glauber Rocha, per fare un esempio) e le opinioni di Benjamin sul cinema inteso come arte delle masse rimandano, quindi, all’ideale marxista di politica.

Resta sospeso il discorso sull’aura: scompare definitivamente o c’è un’aura dell’opera d’arte non basato sul rituale? Leggendo i vari saggi di “Tecniche di esposizione”, si evince che, probabilmente, l’aura è tutto ciò che un lavoro artistico riesce a comunicare allo spettatore perché c’è qualcosa di inesauribile che, prima della sua riproduzione meccanica, trasmetteva una serie di impulsi sensoriali che, probabilmente, scompaiono con l’avvento della fotografia e del cinema.

L’aura, secondo la definizione benjaminiana, è il fenomeno unico della distanza ed è il pathos che lo spettatore percepisce nella contemplazione degli oggetti. Contrariamente a quel che si pensa, quindi, seguendo il ragionamento di Benjamin, l’opera d’arte deve emanciparsi dal suo status di oggetto per avere finalmente un ruolo politico. E la possibilità di costruire nuovi mondi, di creare qualcosa che può essere condivisibile, in realtà, è una forma di dissenso politico da tenere a mente.

Tecniche di esposizione
Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte
A cura di Marina Montanelli e Massimo Palma
Quodlibet 2017

 

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