Teatro de los Andes e il mare rubato

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Mar, lo spettacolo della compagnia boliviana Teatro de los Andes proposto al Napoli Teatro Festival 2016, parte dal concetto di “confine geografico” e di “rivendicazione di diritto marittimo” per arrivare a parlare dell’assenza del mare e degli sconfitti della storia. Un lavoro che indaga quest’assenza, avvertita dalla società boliviana da più di cent’anni, attraverso la storia di tre fratelli che devono seppellire la madre, rappresentata con una porta, al mare, come suo desiderio.

La compagnia racconta questa vicenda familiare attraverso una narrativa frammentata e ricorrendo a registri stilistici diversi: il comico si intreccia al tragico, la poesia alla goliardia. Una presa di posizione netta, contro ogni tipo di ideale nazionalista, che, con eleganza e grande sensibilità, comunica ad un pubblico europeo cosa possono tangibilmente togliere alla gente la politica, il patriottismo e gli interessi economici.

Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato
il mare eh!

diceva Modugno in “Meraviglioso”. Il conservatorismo e la guerra possono togliere un dono della vita e, allora, la questione diventa complessa: la madre diventa la patria, la nazione, che ha tolto tanto ai suoi figli e che pretende, fino alla fine, di essere ascoltata.
Il linguaggio di Teatro de los Andes è popolare, tipica del racconto, tuttavia il risultato non convince fino in fondo. Se, nella prima parte dello spettacolo, la compagnia fa subito venir fuori il senso della sconfitta, la disperazione dei tre fratelli e la necessità di mettersi in movimento per cominciare una nuova fase storica, nella seconda parte presenta un lavoro completamente diverso e pesante. Mar comincia ad unire blando esercizio estetico ad ammiccamenti in italiano e a molte lungaggini di troppo, che smorzano decisamente la forza del racconto per tentare una strada, sulla carta, più facile ed efficace ma, purtroppo, noiosa e inutile.

Alla fine, lo spettacolo è risultato ambizioso, vorrebbe esplorare le ferite della memoria che faticano a chiudersi per raccontare i sentimenti di un popolo. Aristides Vargas ha diretto gli attori e scritto un testo che si presenta come un’opera aperta a tante interpretazioni, che ha il pregio di reinventarsi e di porre numerose questioni, ma che sfrutta troppo l’arma della metafora per parlare di una questione politica ancora viva e accesa nella memoria collettiva boliviana.

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