TeatRing: un teatro non dovrebbe essere gestito da un regista

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TeatRing è una compagnia che nasce nel 2004 grazie al progetto “Riso di Carta”, un lavoro di teatrodanza basato sulla Madame Butterfly di Giacomo Puccini. Marianna Esposito è tra i fondatori del progetto e, attualmente, è composta da un gruppo eterogeneo di attori, danzatori, musicisti. Obiettivo della compagnia è la ricerca di un teatro essenziale, evocativo ma soprattutto che sia un mezzo e non un fine. Per TeatRing, la sperimentazione non deve mai dimenticare che il fine ultimo e imprescindibile del teatro è comunicare e parlare, prima di ogni altro, ad un pubblico di non addetti ai lavori. Per questo la compagnia, sin dall’inizio, si è cimentata in progetti di teatro sociale e civile, in modo da restituire a quest’arte la sua funzione primigenia di specchio e critica dei tempi.
Attualmente TeatRing si occupa di produzione spettacoli, formazione teatrale professionale e organizzazione di eventi culturali.

Risponde alla nostra indagine Marianna Esposito.

 

1) Se volessimo cominciare un’analisi della situazione di crisi culturale del teatro italiano, da quali segnali dovremmo partire? Secondo te/voi, la crisi del teatro potrebbe essere la diretta conseguenza di una crisi generazionale, d’identità e di opportunità? Quali sono i tempi e modi del suo sviluppo?

Una volta lessi una dichiarazione di Monicelli che recitava così: “la commedia all’italiana è morta quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus”. Ecco, io penso che la crisi culturale del teatro dipenda da molti fattori. Uno di essi è il fatto che il teatro ha smesso di preoccuparsi di parlare alla gente comune e pretende di rivolgersi a un pubblico di “eletti”. Il teatro nasce e rimane un’arte popolare. Dal momento in cui ti racconto una storia e tu la ascolti, stiamo già facendo teatro. La prosa classica si trincera dietro stili di recitazione, ritmi, impostazioni registiche obsolete, che non comunicano nulla al mondo moderno, ma garantiscono al botteghino il suo parterre di abbonati “agées”. Il teatro di ricerca si arrotola in codici e contaminazioni che finiscono per interessare soltanto i colleghi, col risultato di ritrovarsi in teatri con platee gremite di attori e registi, da sembrare più convention di categoria, che spettacoli.

Credo che il teatro, se si vuole riprendere, debba ricominciare a capire che la sperimentazione e la contemporaneità devono trovare spazio anche nei teatri istituzionali e che le compagnie teatrali debbano scendere dal piedistallo e “rischiare” di comunicare con la gente comune.
La crisi del teatro italiano viene anche da una campagna per deculturare. Abbiamo avuto un dopoguerra dove l’arte performativa italiana era ammirata in tutto il mondo; l’Italia era un paese dove, durante i bombardamenti la gente sfidava il coprifuoco per andare a vedere Magnani/Totò a teatro. Non è solo un problema del teatro. Per trent’anni c’è stato un indottrinamento di massa, dove l’unico valore delle cose andava misurato in denaro e dove la cultura veniva relegata a hobby per sfaccendati.

Il risultato oggi presenta un altro grosso problema: la gestione dei teatri da parte dei registi. Credo che un teatro debba essere gestito da un operatore culturale, un direttore artistico che non abbia altra occupazione che scegliere, orchestrare, organizzare la stagione. Un teatro non dovrebbe essere gestito da un regista. Un teatro dovrebbe “Ospitare” una stabile, non “essere di” una stabile. Dovrebbero farsi bandi a scadenze per rinnovare le residenze e in questo modo si potrebbe evitare lo spiacevole scenario che si apre oggi, e cioè con tutti i teatri gestiti da registi, che riempiono la locandina dei loro spettacoli e degli spettacoli di altri registi, che gestiscono altri teatri, che a loro volta ospiteranno chi li ha ospitati. Massoneria teatrale.
Io credo che si possa uscirne provando davvero a formare reti di collaborazione pulita e priva di favoritismi. Ma la situazione economica e legislativa è ridotta a un punto tale per cui ognuno sale sulla zattera e spinge giù gli altri.

2) Si può affermare che la crisi del teatro possa dipendere anche da una mancanza di idee teatrali forti?

No, non direi. Ci sono grandi cose che si possono vedere. Spettacoli ricchi di idee, di freschezza, rischiosi e coraggiosi. Ma fanno poche repliche, affogano nei problemi di distribuzione. Non sono le idee, sono le gestioni dei teatri, il problema.

3) Qual è la funzione sociale del teatro oggi? Quali necessità soddisfa?

Io ho sempre creduto e credo in un teatro che solleva il pubblico dalle sedie. Non credo che il teatro possa mettersi a competere con televisione e cinema, offrendo intrattenimento spensierato o espressioni puramente estetiche, esercizi di stile.
Il teatro ha sempre la forza di sviluppare una profonda empatia con il pubblico e questo comporta una responsabilità che non possiamo sfuggire: dobbiamo necessariamente “dire” qualcosa. Il teatro deve essere un mezzo, non un fine. Solo in questo modo potrà riuscire a sopravvivere. Lasciamo il sollazzo e la ricreazione alla televisione, che lo fa molto meglio.

4) Si può credere a un rinnovamento del teatro o siamo in attesa di un modello culturale che possa scuotere le coscienze?

Senza dubbio ci possiamo credere. Ma ci deve credere anche il governo, creando le strutture e il supporto adatti per risorgere.

5) Lo Stato sostiene il teatro in Italia? Se sì, ne beneficiano tutti?

Domanda facile e risposta facile. Lo stato sostiene pochi enti e quei pochi viaggiano con spettacoli il cui cachet di una sera coprirebbe le spese di un anno di una compagnia indipendente.

6) Le due misure più estreme ed urgenti da mettere in atto, secondo te/voi.

Una l’ho già detta: dare le gestioni dei teatri a operatori culturali, non a registi; possibilmente operatori culturali giovani. L’altra: distribuire meglio i finanziamenti.

7) Ha ancora senso mettere in scena i classici? O andrebbero “tolti di scena”? Quanto influisce la scelta politica di un direttore artistico?

I classici parlavano alle loro epoche e ha senso rimetterli in scena se in essi si riscontra un messaggio ancora valido e capace di parlare alle persone. Ma il linguaggio deve essere in grado di adattarsi al pubblico di adesso. Altrimenti è solo museo. Il teatro non deve e non può allontanarsi dalla gente. Sul direttore artistico ho già anticipato le mie opinioni

8) Si può parlare di “dittatura teatrale” nel mondo delle arti in scena? Se sì, perché?

Anche qui ho già risposto. Il problema è nella massoneria che si è venuta a creare.

9)È possibile un “teatro della crisi” in cui artisti, spettatori e critica trovino un punto in comune?

Sì, ci voglio credere

10) Quant’è importante lo spettatore a teatro? Quanto è necessario investire nella formazione di un pubblico consapevole?

Importantissimo. Dovrebbero cominciare le scuole a informarsi seriamente sugli spettacoli e gli eventi teatrali da proporre ai propri allievi, scegliendo oculatamente. Una volta ero spettatrice a un Romeo e Giulietta davvero brutto, noioso, declamato e a tratti persino fastidioso. La platea era gremita di allievi di scuole superiori. Li avevano portati, probabilmente, senza neanche informarsi, perché tanto “era Shakespeare” e quindi andava bene così. Ma i ragazzi erano annoiatissimi: si muovevano in continuazione, sbuffavano, alcuni dormivano. È un delitto, questo. Più della metà di loro non metterà mai più piede in teatro. I professori dovrebbero pensarci e scegliere meglio.

Prima di salutarvi, ringraziandovi per la collaborazione, vi chiediamo un’ultima riflessione: qual è la tua/vostra missione teatrale? Come immaginate la situazione culturale e teatrale italiana nei prossimi cinque anni?

La nostra missione resta la stessa che ho già citato prima: il teatro deve essere un mezzo per comunicare qualcosa. Non deve e non può essere un fine. Non siamo interessati a produrre teatro che faccia ricerca sul teatro stesso. Quando guardo una foto, voglio vedere l’immagine, non il cartoncino su cui è stampata.

 

 

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