Svenimenti, un vaudeville da Cechov de Le Belle Bandiere

foto Luigi Angelucci

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33 svenimenti fu l’ultimo spettacolo di Vsevolod Mejerchol’d presentato il 25 marzo del 1935. Andò in scena al GosTIM di Mosca ed era incentrato su tre atti unici di Anton Cechov: L’anniversario, L’Orso e Una domanda di matrimonio. Dopodiché cominciò, per Mejerchol’d, un lungo periodo difficile in cui venne attaccato dalla stampa e accusato di trotskismo ma, soprattutto, fu messa sotto accusa la sua intera carriera. Nel 1939 venne arrestato e condannato a morte il 1 febbraio del 1940.
Mejerchol’d amò quegli atti unici trovandoli attualissimi e degni di essere messi in scena per quella satira cattiva che metteva alla berlina la piccola borghesia di fine secolo. Riproporli fu un grandissimo atto sovversivo poiché, in quegli anni, Cechov era considerato un autore di protesta poiché formalista.
Dal punto di vista strutturale, però, Mejerchol’d riportò in scena il vaudeville alla russa giocando su un timbro registico legato alla Commedia dell’Arte per esaltare i registri comici estremamente realistici di Cechov.
Questo breve prologo, estremamente didascalico, è pressoché necessario per iniziare a comprendere i riferimenti de Le Belle Bandiere per Svenimenti.

Elena Bucci e Marco Sgrosso, in fase di elaborazione drammaturgica, tengono, infatti, in considerazione tutto questo, soprattutto per la messa in scena, ma scelgono di entrare nel mondo di Cechov partendo dalle lettere che l’attrice Olga Knipper, sua moglie, continua a scrivergli anche dopo la sua morte. Come scrive benissimo Alessandro Toppi, in quella corrispondenza alberga il teatro e “il teatro raramente lascia spazio alle minuzie della vita”. Bucci e Sgrosso evocano, sfruttando tutta la magia della scena, la figura di Cechov entrando e uscendo da tre atti unici – i già citati L’Orso e Una domanda di matrimonio e I danni del tabacco – e costruendo una tessitura drammaturgica intensa e raffinata. Tre attori – Elena Bucci, Marco Sgrosso e Gaetano Colella – e una scena divisa da velari bianchi che, di volta in volta, svelano ambienti domestici. La regia della Bucci è calibratissima, abbatte il sistema dei ruoli, dosa alla perfezione i momenti comici, è piena di invenzioni burlesche e rende la scena un foglio bianco su cui andare a scrivere la propria lettera d’amore con una sintassi mai ridondante e una selezione musicale (da Dvorak a Chopin) mai invadente.

Un piccolo saggio teatrale, in cui non si rinuncia a nessuna delle risorse che il teatro mette a disposizione per una scrittura drammaturgica d’effetto. Non c’è, però, solo questo nel lavoro de Le Belle Bandiere: le interpretazioni sublimi di Colella, Sgrosso e Bucci forniscono allo spettatore una serie di link necessari (Arrigoni su Sipario riporta giustamente Totò e Petrolini) per comprendere Cechov da una prospettiva grandangolare. Il linguaggio comico viene usato dagli attori per contornare, ancora più nitidamente, il senso del grottesco nel mondo cechoviano. E, in quella scena velata, contrappuntata da chiaroscuri, si consuma una comica tragedia umana e si accende una luce su come andrebbe fatta la ricerca teatrale in Italia.

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