Spacemen 3: discografia e canzoni

Nel buio periodo della metà degli anni ’80 inglesi, solo gruppi come Loop e My Bloody Valentine toccavano corde simili a quelle degli Spacemen 3. Ecco quindi un tentativo di ripercorrere, senza ambizioni enciclopediche ma con asettica dedizione e attenzione a cronaca e discografia, la storia di questo gruppo che non era esattamente un trio, ma nelle sue varie incarnazioni ruotava attorno a due figure fondamentali, quelle di Jason Pierce e Pete Kember, (più noto col nome d’arte di Sonic Boom). La formazione di cui i due, originari di Rugby, Inghilterra, costituiscono nel 1982 il nucleo si affermerà come uno dei tanti ‘anelli di congiunzione’ tra diverse epoche e diverse musiche, di quelli che si muovono nei bassifondi per anni prima che si scopra che hanno fatto la ‘vera’ storia del rock. Nel caso degli Spacemen, il mix di passioni e influenze che muove Kember e Pierce è vario: la proto-psichedelia dei 13th Floor Elevators, gli Stooges, il minimalismo alla Suicide e, prima ancora, alla Velvet Underground o Silver Apples.
Completata la formazione con Pete “Bassman” Baines ovviamente al basso e Natty Brooker alle percussioni (la batteria suonata in piedi alla Moe Tucker), il gruppo spende i suoi primi anni nel solito iter di concerti, provini e demo. Nel 1986, su Glass Records, l’esordio, The Sound Of Confusion, in cui le influenze sopra citate saltano immediatamente all’orecchio, con una predilezione per i loro aspetti più ‘garagistici’, sporchi e acidi. L’incedere ipnotico e straniato di Losing Touch with My Mind è un ottimo biglietto da visita per il resto dell’album, un clima in cui tutto suona ‘distorto’, anche le percezioni (i flirt con le droghe di Pierce e, soprattutto, Kember non sono mai stati troppo nascosti, anzi). Segue Hey Man, degna di nota in quanto è il primo tentativo di fusione sonora di toni gospel, mistici (il titolo originale era Amen) e psichedelici, una miscela che sarà molto cara a Pierce anche nel dopo-Spacemen 3. Due cover la dicono molto lunga sull’orizzonte sonoro del gruppo in questo periodo: Rollercoaster dei 13th Floor Elevators, in una versione da 7 minuti, e Little Doll, dal primo album degli Stooges, rallentata e ulteriormente inacidita; trattamento, questo, che viene riservato anche a T.V. Eye, plagiata e trasformata nell’allucinata moviola di O.D. Catastrophe, ove O.D sta manco a dirlo per OverDose… A distanza di pochi mesi l’album è seguito da un Ep intitolato Walkin’ with Jesus, la cui traccia omonima è forse il più riuscito esercizio di Pierce, almeno in questo periodo, nella sintesi di suggestioni sacre e profane. Gli fanno compagnia altri due pezzi, una Rollercoaster dilatata fino a 17 minuti di acidità chitarristica e Feel so Good, primo pezzo in cui la ‘trance’ sonora è costruita non attraverso la densità dei suoni ma con un incedere essenziale e morbido: niente schitarrate fuzz, solo arpeggi e voce meditabonda, presagio di scelte sonore future.
A detta dello stesso Sonic, Sound of Confusion e il suo EP gemello rappresentano un modo per liberarsi di materiale vecchio e arricchire il repertorio di pezzi nuovi: quella che infatti avviene con The Perfect Prescription (1987), secondo album del gruppo, è una messa a fuoco notevole degli orizzonti musicali di Kember e Pierce: nel disco, che vorrebbe proporre la cronaca di un ‘trip’, dopo l’assunzione della ‘ricetta perfetta’, rimangono le lunghe cavalcate psichedeliche di un accordo solo (vedi i sei minuti di Things’ll Never be the Same), ma a prevalere sono le atmosfere più rarefatte, un tipo di suggestione ipnotica leggera e velata che ha più a che fare con l’oscurità alla Suicide che con le tirate alla Iggy. Riappaiono infatti Walking with Jesus e Feel so Good, in versioni più ‘soft’ rispetto al mini, e dettano l’atmosfera prevalente del disco, uno straniamento meno psichedelico e più da ‘downer’ (avranno i due cambiato droghe?), la cui massima espressione sta nel blocco Ecstasy Symphony/Transparent Radiation – cover degli altri Grandi Outsider Red Krayola – e nelle conclusive Come Down Easy (il trip che ‘scende’: “è il 1987/tutto quel che voglio fare è stordirmi”) e Call the Doctor (per un’altra ricetta?). Nonostante l’energico attacco iniziale di Take Me to the Other Side, l’altrove in cui il suono degli Spacemen 3 approda è molto più morbido rispetto agli esordi, più vario e assolutamente personale (laddove il primo album poteva evocare parentele garage/fuzz ormai molto lontane). Soprattutto grazie a Kember, il gruppo (in cui Stewart “Rosco” Rosswell ha sostituito Brooker) tenta di avvicinarsi sempre di più a una interessante forma di minimalismo elettroacustico, sia nei suoni che nelle strutture dei brani, che continuano ad essere composti di pochissimi accordi reiterati potenzialmente all’infinito. Risultato raggiunto, ma per il momento solo in studio: dal vivo il gruppo continua a proporre un vero e proprio assalto sonoro ultra-acido, ben documentato dal live Performance (1988): più di un’ora di loop chitarristici simili a quelli del primo album, in cui brilla anche la cover di Starship di Sun Ra (via Kick Out the Jams degli MC5), ci fosse bisogno di chiarire che anche per questi baldi giovanotti “Space is the place”.
L’aspetto minimalista del suono degli Spacemen 3 – che con l’abbandono della vecchia sezione ritmica e con Willie Carruthers al basso diventano davvero, temporaneamente, un trio – è ulteriormente perfezionato e di nuovo dominante nell’album di studio Playing with Fire (1989), che vede confinato il furore chitarristico in due soli episodi, Revolution – curiosamente vicina a certo space-rock, cfr. primi Hawkwind – e lo strumentale Suicide (titolo scelto non a caso: il tributo al duo newyorchese sarà pagato anche con la cover extra-album del brano Che). Il resto ‘galleggia nello spazio’, dall’iniziale Honey fatta solo di chitarre delicate e tremolo di organo fino alla conclusiva Lord can You Hear Me?, un altro gospel psichedelico che verrà ripreso da Pierce qualche anno più tardi, come anche So Hot (Wash Away all of My Tears). Nonostante la mia preferenza personale vada a Perfect Prescription, più grezzo e straniato, credo che Playing with Fire sia oggettivamente l’album più compatto del ‘trio’, che rinuncia quasi completamente alle percussioni per creare dei semplici tappeti sonori su cui appoggiare le voci e i testi, meno apertamente influenzati dal mondo delle droghe ma sempre sognanti e allucinati, eccezion fatta per Revolution, palesemente ispirata dal ‘sermone’ di apertura del già citato esordio degli MC5.
Gli Spacemen 3 raggiungono quindi la maturità con questo album, che sarà anche l’ultimo inciso dal gruppo in quanto tale: Recurring (1991) è un lavoro schizofrenico, per il quale Kember e Pierce registrano i propri brani, lunghissimi (ormai siamo nell’era del Cd, e ci si può ahimé permettere di sforare quasi sempre oltre i 5 minuti a pezzo), in sessions indipendenti. Kember arricchisce le proprie composizioni, non molto distanti stilisticamente da quelle del vecchio repertorio, di ritmiche elettroniche (che caratterizzano pezzi come Why Couldn’t I See, un po’ i New Order a 80 BPM, o l’iniziale Big City, tentativo non del tutto riuscito di rifarsi al modello Kraftwerk); Pierce getta invece le basi della propria ispirazione futura, iniziando a lavorare a pezzi più evoluti e dalle sonorità e arrangiamenti curatissimi ed eterei, la cui ispirazione ha sempre a che fare con una sorta di junkie-gospel tormentato spiritualmente e materialmente. Un’altra cover fa la sua comparsa in scaletta, ed è una strepitosa When Tomorrow Hits dei Mudhoney, ‘spazializzata’ come e meglio di altri originali contenuti nell’album.
A questo punto il destino del gruppo è segnato: i due ‘galli’ abbandonano il pollaio, Sonic iniziando il suo progetto Spectrum (con cui collaborerà anche coi Silver Apples, sia da musicista che da discografico, distribuendone gli album in Europa), Jason guidando a tempo pieno gli Spiritualized (viene il sospetto che i pezzi migliori dell’epoca Pierce se li sia tenuti per l’esordio Lazer Guided Melodies…), in cui confluirà la sezione ritmica della formazione-madre, in cui a Carruthers si era affiancato John Mattock alla batteria.

Una discografia ‘ragionevole’ degli Spacemen 3 è davvero molto ardua da compilare: ognuno degli album del gruppo (per non parlare degli Ep, mini, flexi e simili) è uscito in versioni leggermente differenti a seconda della stampa: inglese o americana, vinile, cassetta o cd, singolo da 7 o 12 pollici… per farla breve, un gran caos. Attualmente, le stampe reperibili con minore difficoltà sono quelle della Taang! che ha pubblicato tutta la discografia del gruppo fino a Playing with Fireampliando le scalette originali con dei bonus, a loro volta poi raccolti in una compilation dedicata esclusivamente ai singoli. Unico problema, grottesco, è che la Taang! è americana, quindi i cd o si trovano d’importazione e costano un patrimonio, o li si ordina direttamente al produttore (L’alternativa è cercare quelle, altrettanto ricche di bonus, della Space Age, l’etichetta di Sonic Boom). Recurring, grazie all’ancora una volta avveduta e lungimirante politica delle ristampe da parte di chi ne possiede i diritti di pubblicazione (in questo caso la Dedicated/BMG, l’unica major per cui Gli Spacemen 3 abbiano inciso), è fuori catalogo praticamente da quando è uscito, e se non fosse stato per il file-sharing non l’avrei mai ascoltato nemmeno io (probabilmente dovremo aspettare almeno fino al 2006 per vederlo ristampato in economica). Altri album semiufficiali sono anch’essi molto difficili da trovare e consigliati solo a chi venisse irrimediabilmente preso da fanatismo incondizionato dopo l’ascolto di pochi pezzi. Noi ci limitiamo a segnalare quello che ci sembra degno di attenzione; per una discografia assolutamente accurata vi rimandiamo comunque al sito dedicato al gruppo, fonte di preziose informazioni e iconografia varia riguardante una formazione a cui, se amate tanto la psichedelia quanto il garage o il rock meno ortodosso, vale assolutamente la pena di accostarsi. O volete continuare ad ascoltare soltanto i Flaming Lips?

DISCOGRAFIA RAGIONEVOLE:
The Sound of Confusion (Taang!, rist. 1994; contiene il Walking With Jesus EP)
Perfect Prescription (Taang!, rist. 1994; con 4 Bonus tra cui Starship)
Playing with Fire (Taang!, rist. 1994; con 4 Bonus tra cui la cover di Che)
Recurring (Dedicated, 1991; vedi anche Soulseek o redazione MusicBoom per info)

SE PROPRIO VOLETE INSISTERE (a vostro rischio e pericolo):
For All the Fucked-up Children of This World We Give You Spacemen 3 (S.F.T.R.I. 1995; demos del 1984)
Taking Drugs To Make Music To Take Drugs To (Bomp, 1990; demos del 1986, non molto lontani dal suono dell’esordio)
Performance (Taang!, rist. 1994, bello ma non irrinunciabile)
Dreamweapon: a Night of Contemporary Sitar Music (Fierce, 1990: quasi 80 minuti di improvvisazioni chitarristiche lente ipnotiche e monocordi: capolavoro trance o presa per i fondelli ispirata dagli stupefacenti?)
Live in Europe 1989 (Space Age, 1995; Live dalla ultima tournée del gruppo, con la sezione ritmica dei futuri Spiritualized).
Playing With Fire (Space Age, 1995; versione in doppio Cd, con un disco di bonus – versioni demo e alternative di pezzi dal secondo e terzo album).
Singles (Taang!, 1994; contiene tutti i bonus degli album più, unico inedito, la versione ‘integrale’ di Ecstacy Symphony/Transparent Radiation).

Articolo di Luca Fusari per Musicboom

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