Setta. Scuola di tecnica drammatica

setta. scuola di tecnica drammatica

Setta. Scuola di tecnica drammatica è l’ultimo libro scritto da Claudia Castellucci, edito da Quodlibet, che ha fondato con Romeo Castellucci, suo fratello, e Chiara Guidi la Societas Raffaello Sanzio. Lei è l’anima teorica e filosofica del collettivo, nel 2003 ha fondato Stoa, una scuola sul movimento ritmico, che non si limita al teatro e alla sua comunità ma sconfina in contesti non teatrali facendo mescolare l’esperienza del movimento e del ritmo con una linea pedagogica molto marcata.
Probabilmente parte da qui questo testo corposo e denso sull’Attore, inteso come corpo-strumento, ma anche una scuola di Bellezza, sulla Bellezza, che permette al lettore di scrutarsi e di indagare il proprio essere al mondo come corpo parlante dove convergono sia l’Io che il ruolo giocato nella società e la propria rappresentazione (l’Io specchiato).

Claudia Castellucci offre lezioni laboratoriali quotidiane, dove le parole si trasformano in atti, esercizi giornalieri meditativi, come quelli spirituali di Ignazio di Loyola. Basta aprirlo per capirne l’intento: se hai quattordici anni, se ne hai quindici, apri il libro e costruisci, con i tuoi amici, un mondo vostro dove tutto può cominciare. Da tre persone, infatti, nasce una setta che, però, per esistere, necessita di una disciplina molto rigorosa. È la Castellucci pedagoga che parla e che invita i giovani all’azione, ad avere fame e a sfamarsi, offrendo un viaggio nel mondo della conoscenza attraverso una scrittura accattivante e veloce. Un manuale per niente didascalico, pieno di suggestioni, dove appuntare anche le proprie riflessioni e annotare i risultati del proprio personale percorso.

Setta, però, è anche una lezione di Teatro senza tempo, per niente accostabile alla saggistica classica sul tema ma, piuttosto, oggetto curioso e appassionante, il “castello interiore” della teorica di un collettivo che è già Storia e che ha saputo resuscitare un Morto nobile, prezioso, trasformandolo in un “dispositivo corpo-teatrale”, per citare Derrida, autonomo da ogni forma di rappresentazione. Per concludere, infatti, sempre con Derrida, “ciò che accade, e che non è accidentale, è una vera trasformazione del corpo” che, pian piano, s’inventa, si modifica, fino ad avanzare verso la sua sottile mutazione.

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