‘SdisOrè’, al Teatro Galleria Toledo

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Al Teatro Galleria Toledo, Gigi Dall’Aglio ha portato in scena SdisOrè di Giovanni Testori, di cui ha curato la regia.
Michele Maccagno, invece, ha interpretato l’attore Scarrozzante che veste i panni di tutti i personaggi drammatizzati, assolvendo al duplice ruolo, mimetico e narrativo, che la scrittura di Testori gli attribuisce.
Il pianista Emanuele Nidi accompagna al piano il flusso verbale ininterrotto del personaggio-attore interpretato da Maccagno, dal canto suo capace di reggere, con piena padronanza recitativa, la tensione espressiva della lingua teatrale di Testori: lingua fisicizzata, energica, incandescente, poetica.

La scena si serve di pochi ‘artifici’, necessari alla fruizione visiva di questo ‘teatro verbale’, e di espedienti spassosi che valorizzano le potenzialità comiche del testo.

La tomba di Agamennone assassinato è un blocco di marmo in primo piano; sul fondo della sala ‘troneggia’ la specchiera da camerino posta sopra il mobile dove sono disposti gli accessori del maquillage, funzionali ai travestimenti a vista dello Scarrozzante.
L’assito è ricoperto da un finto praticello verde, nel quale si aprono delle pozze d’acqua, che forse rinviano alle acque dell’Adda, ove è ambientata la «straghica azion orestaiata».
Lo Scarrozzante invece, nel presentare tutti i ruoli che a breve interpreterà, mostra gli oggetti che caratterizzano ciascuno di essi, permettendone un immediato riconoscimento: la corona per Eghistos, indefesso e balbuziente, gli occhiali da diva per Clitennestra «mutter mater» ma anche «cagna, cagnassa» «maltesa» e «lesbecas»; un velo viola da beghina per l’acida zitella Elettra; la spada per Oreste, rappresentato, in posa biblica, come ‘angelo vendicatore’.
Memorabile e goliardica è la resa scenica dell’amplesso grottescamente consumato dalla coppia assassina: sulle ginocchia dell’attore sono tatuati i volti degli amanti, che si congiungono nel momento in cui il guitto accavalla le gambe.
Alla fine dello spettacolo una barchetta di carta ondeggia tra le mani dell’attore, seguendo idealmente il tragitto che porta Oreste dalle sponde insanguinate dell’universo mitico ai territori della fede e del perdono: «a la proscienne fuà», sono le parole con cui Oreste, confidando nella rinascita, si congeda dal pubblico con bonaria ironia.

Sdisorè è il secondo testo della “Branciatrilogia”, scritto per l’attore Franco Branciaroli e composto da Testori all’Ospedale San Raffaele di Milano nel 1990, parallelamente alla stesura della Traduzione della prima lettera ai Corinti di San Paolo.

La riscrittura del mito di Oreste appartiene dunque all’ultima stagione della vita dell’autore di Novate, quella in cui si fa strada – nella sua tormentosa coscienza di uomo e di ‘scrivano’ che ricerca Dio con disperazione – una religiosità più intensa; pertanto, la voce dell’ultimo Testori diviene ispirata e profetica, insistentemente moralistica, e prende a tuonare contro il conformismo della cultura contemporanea, il razionalismo del pensiero laico, alla ricerca di un ‘senso’, di un’unità entro la luce di Cristo.
Per il tramite di un forte, pervasivo senso religioso, il drammaturgo passa al setaccio le parti del mito classico più inconciliabili con il messaggio cristiano di carità e perdono: messaggio assimilato, dunque, nei termini richiamati dall’insegnamento di San Paolo.
Per tali ragioni, a Oreste è riservato un finale diverso: il personaggio rifiuta il comando della polis, che la «fradella cara» Elettra e il capo di Argo pur vorrebbero assegnargli, e nega finanche sé stesso, il proprio passato, macchiato dalla condotta di assassino, di stupratore e matricida; per di più, denuncia gli assetti civili della società contemporanea, danneggiati dall’ascesa di forze negative, quali l’odio, il rancore, la crudeltà, ma soprattutto dalla logica del compromesso, del patteggiamento («Meglio le Furie / e notte, / e die, / meglio le strie, / ch’el vostro / chivile pattegghiar», grida Oreste ai cittadini di Argo).

Alla fine, in un crescendo di vis demolitrice, la negazione si fa radicale, intrinseca al personaggio stesso, che da ‘Orè’, «anghelo vìndiche», diventa ‘SdisOrè’, perde l’integrità, insieme con le certezze, si divide in due («isco in duo me divisisco»): la decostruzione dell’Oreste testoriano, annunciata altresì dagli attacchi improvvisi dell’epilessia di cui è vittima, ricorda in parte quella di Ambleto: protagonista dell’omonimo dramma, questo Ambleto, più guitto e contadino che principe, è diviso in due fin dal momento del concepimento; pertanto è fatalmente condannato all’impotenza tragica.
Viceversa Oreste, ‘il portatore di giustizia’, davanti al consesso degli uomini greci, ignari del valore della misericordia, diviene invece il latore oracolare di una nuova antropologia: il tramite espressivo della teologia da lui annunciata è una violenza verbale irriducibile, che nel teatro di Testori è strumento comunicativo per eccellenza, e che dunque rinvia, ancora, alle sonorità cupe dell’urlo, disperato e blasfemo, di Ambleto, Macbetto ed Edipus nella Trilogia degli Scarrozzanti degli anni Settanta.
L’invenzione di una “lingua di scena”, ‘lingua-droga’, come ebbe a dire Franco Branciaroli, che scuote e respinge al tempo stesso lo spettatore, e che sul piano lessicale fonde e confonde il dialetto lombardo con latinismi, francesismi, spagnolismi e anglicismi, risponde (in Sdisorè, così come in altre opere, nella trilogia tragica prima, nei Tre lai in seguito) a un’esigenza di espressionismo adottato in funzione antiretorica e antiletteraria e in piena opposizione alle lingue del potere, agli slogan preconfezionati.
L’ambientazione nei luoghi di una Lombardia ancora contadina, percorsa dal Po, dallo sLambros, dall’Adda, che si risveglia ai suoni della campane di Inverigo, serba le tracce di un mistero arcaico che l’autore vorrebbe difendere, contro la società consumistica e tecnocratica; anche l’attore Scarrozzante che, povero di mezzi, di arnesi scenici, girovaga in questi territori dell’alta Brianza, è la maschera di un teatro che resiste, a dispetto della società che lo ignora.
L’attore monologante interpreta tutti i ruoli: da Elettra – che dinanzi all’ara marmorea del padre, invoca come proprio nume tutelare Guglielmo Marconi, affinché le infonda l’elettricità, e dunque la tensione necessaria per reagire ai soprusi della ‘coppia reale e assassina’ – a Clitennestra, donna che, invertendo l’ordine naturale, incarna il principio maschile del potere, depotenziando di conseguenza Egisto – altro ruolo interpretato dall’attore solo in scena – che figura viceversa come un uomo debole e privo di iniziative.
La madre di Oreste è anche simbolo dell’antro misterioso che collega vita e morte, che serba in sé l’enigma dell’esistenza: la «carn’ispada» di Oreste che penetra la cavità del sesso materno, fonte di vita, diviene lo strumento attraverso il quale ricongiungersi simbolicamente alle origini, e regredire, ritornando nell’indistinto da cui tutto ha origine.

 

    Visto il 29-04-2017

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